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Jack Kerouac, l'Orfeo emerso

kerouacapp1.jpgdi Fernanda Pivano

Forse l'errore è stato chiamarla beat generation: ai tempi che Kerouac mise in moto tutta questa baracca era soprattutto una go generation. Dove andassero non lo sapevano di certo, quei dolci insopportabili patetici insolenti hipsters dal volto d'angelo che zigzagavano per gli Stati Uniti come noi più tardi le nostre varie piazze del Duomo, in cerca di altri amici con cui andare, dove, chi lo sa, ma andare. Per un po' di tempo un Kerouac asciutto, intenso e disperato cercò di difendersi dicendo che la beat generation non esisteva, era solo un gran chiasso che avevano fatto intorno a una sua frase, che in realtà beat non erano soltanto gli adolescenti del rock and roll ma anche i tossicomani sessantenni, che beat voleva dire essere degli hip del Ventesimo Secolo, vale a dire hip della vita e di visioni mistiche. Ma già allora, nei primi giorni del 1958, mentre lo stavano leonizzando a New York e cercava di sfuggire allo stereotipo che lo avrebbe ucciso, Kerouac disse in un'intervista di essere enormemente triste, in una grande disperazione, perché vivere era un gran peso, un grande faticosissimo peso, e avrebbe voluto essere al sicuro, già morto: avrebbe voluto avere la certezza che noi in cielo come vuoti fantasmi ci siamo già, davvero.
Fra tanti maestri di vita che gli indicavano strade opposte Kerouac si è ucciso cercando di difendere la strada che si era scelta da sé, quella dell'energia vitale, dell'energia creativa, dell'energia espressiva.
Dal 1957 al 1967, da Sulla Strada a Vanità di Duluoz, sembra impossibile che siano passati soltanto dieci anni: sembra impossibile che in dieci anni sia tanto cambiata la faccia del mondo. Sembra anche impossibile che sia tanto cambiato Kerouac e impossibile che sia stato tanto consapevole della trasformazione.
Gli anni che passarono in attesa che Sulla strada venisse pubblicato furono senza dubbio i suoi più importanti, dal punto di vista della creatività. Sappiamo tutti che ha scritto Sulla strada in tre settimane e i Sotterranei in due giorni e tre notti (disse poi che alla fine dei Sotterranei era pallido come la carta, era dimagrito 8 chili e si era visto nello specchio con «un'aria strana»): e che certa critica negò che quelli fossero romanzi con la stessa sicumera con cui ora afferma che sono gli unici suoi romanzi validi. Ma certamente la vedova troverà manoscritti che per anni Kerouac non ha mai avuto tempo di copiare. kerouacapp3.jpgTra questi manoscritti la vedova troverà forse il grande inedito di questo mezzo secolo americano, un libro più o meno poliziesco che Kerouac scrisse insieme a Burroughs. La prima volta ne ha parlato Ginsberg in un'intervista:«Burroughs e Kerouac (nel 1945, '45 o '46) hanno scritto un gran libro poliziesco insieme, a capitoli alterni. Non so dove sia quel libro: Kerouac ha i suoi capitoli e quelli di Burroughs sono da qualche parte tra le sue carte...». E anche Kerouac ne ha parlato in un'intervista: «Ho scritto un libro, ora nascosto sotto le piastrelle del pavimento, insieme a Burroughs. Si chiama E gli Ippopotami bollirono nelle loro tank. Gli Ippopotami. Perché una sera Burroughs e io eravamo in un bar e abbiamo sentito un notiziario che diceva: "E così gli Egiziani hanno attaccato, bla bla bla... e nel frattempo c'era un grande incendio nello zoo di Londra e il fuoco corse tra i campi e gli ippopotami sono bolliti nelle loro tank! Buonanotte a tutti!". Ecco com'è Bill, se n'è accorto. Perché si accorge sempre di queste cose». Effettivamente Burroughs cominciò a scrivere, diciamo così professionalmente, nel 1949 (alludo a Junkie, che uscì soltanto nel 1953). Prima aveva scritto soltanto (nel 1938) un racconto in collaborazione con Kells Elvins, in cui aveva inventato il personaggio del Dott. Benway che poi sarebbe diventato il protagonista di Pasto Nudo. Ma di nuovo, ricordare che fu Kerouac a inventare il titolo di Pasto Nudo e a suggerire il titolo di Urlo a Ginsberg sarebbe come tornar a parlare della vita comunitaria e alla comunanza di pensieri che legò i tre amici negli anni in cui convissero in quella ormai celebre casa vicino alla Columbia University; e tornar a parlare del grosso peso avuto da Kerouac - come scrittore - nella comunità.
ginsberg.jpgGinsberg non si è mai lasciato sfuggire occasione per parlare dell'influenza esercitata su di lui da Kerouac anche se Kerouac non ha mai parlato volentieri dell'influenza esercitata su di lui da Ginsberg. Sull'autobus che lo riportò a casa dopo il funerale a Lowell, Ginsberg scrisse:
«Jack il Mago nella sua tomba
a Lowell per la prima notte
quel Jack attraverso i cui occhi
vidi
smog splendore luce
oro sulle spire di Manhattan
non vedrà mai questi camini fumanti
mai più sulle statue di Maria
nel Cimitero».

Resterà questo probabilmente il più commosso ricordo di uno scrittore-poeta stritolato dalla sua società: resterà anche dopo che le nuove generazioni avranno dimenticato questa storia dei beat e tutto il resto e avranno dimenticato anche questa sua morte tragica. Perché perfino adesso fra tanti giornali che hanno fatto il ritratto sarcastico e definitivo del suo personaggio o la stroncatura compiaciuta e conformista dei suoi libri, nessuno ha pensato al dilemma dei suoi ultimi vent'anni; soprattutto nessuno ha pensato ai lunghi minuti solitari, affondati nell'abisso non più dell'alcool ma della realtà, mentre il suo stesso sangue lo strangolava, togliendogli minuto per minuto quella vita che in tutti i suoi libri ha fatto da inafferabile protagonista in un'ambivalenza di felicità e di disperazione, di bellezza e di orrore, ma di cui Kerouac ha cantato soltanto gli slanci di apertura verso la vitalità e l'energia.
Una vita che aveva poco a che fare con quella che il mondo contemporaneo lo costringeva a vivere, fino a ricacciarlo come un animale ferito nell'agguato dell'alcool; nell'agguato di qualcosa che lo illudesse di potersi sottrarre al suo destino.
(da Beat Hippie Yippie, Arcana, 1972)


JACK KEROUAC: VITA E OPERE
kerouacbio.jpgJack Kerouac nacque nel 1922 a Lowell, Massachusetts. Incontrò Ginsberg e Burroughs a New York mentre frequentava la Columbia University con una borsa di studio guadagnata col football. Strinse anche amicizia con Neal Cassady, e lo pose al centro delle sue innovative narrazioni epiche, Visioni di Cody e Sulla strada. Entrambe pubblicate nel 1957, diedero a Cassady un’immediata notorietà. Kerouac fu autore di una dozzina di romanzi – The Duluoz legend li definiva, considerandoli episodi di una vasta saga americana in progresso. Scrisse anche libri di poesia, il più noto dei quali fu Mexico City Blues, costituito da 242 choruses in cui Kerouac si immaginava come un sassofonista blues che suonava ciascun pezzo come un intervento solistico. In seguito, eseguì i suoi scritti con accompagnamento jazz, ispirando un grande interesse nelle collaborazioni jazz-poesia iniziate da Kenneth Patchen, Kenneth Rexroth e Lawrence Ferlinghetti. Durante un periodo sulla West Coast, fece amicizia con Gary Snyder, e da lui fu guidato verso un duraturo interesse per il buddhismo. Kerouac morì nel 1969 per complicazioni dovute all’alcolismo. La mitologia che si è prodotta attorno alla sua vita e opera ha dato luogo a un selvaggio sfruttamento commerciale che ha generato film, abbigliamento, libri, e persino un probabile francobollo delle poste USA.

Sulla Beat Generation (1957)
di Jack Kerouac

La Beat Generation una visione che abbiamo avuto, Jhon Clellon Holmes e io e Allen in modo ancora più incredibile, alla fine degli anni Quaranta, la visione di una generazione di splendidi hipsters illuminati che di colpo si levavano e si mettevano in viaggio attraverso l'America, seri, curiosi vagabondando e arrivando dappertutto in autostop, cenciosi, beati, belli nella loro nuova bruttezza piena di grazia una visione che traeva spunto dal modo in cui avevamo sentito usare la parola "beat" agli angoli di Times Square o al Village, in altre città nelle notti trascorse a downtown nell'America del dopoguerra - beati, nel senso di battuti ma pieni di ferme convinzioni - kerouacapp4.jpgAvevamo anche sentito vecchi Papà Hipsters delle strade dei 1910 usare la parola in quel modo, con malinconico scherno - Non designò mai i giovani delinquenti, designava gli individui dotati di una spiritualità diversa che non formarono mai una banda ma rimasero come Bartleby solitari a guardare fuori dalla finestra cieca della nostra civiltà – gli eroi sotterranei che avevano finalmente voltato le spalle all’occidente macchina "della libertà" e si drogavano, ascoltavano il bop, avevano lampi di genio, sperimentavano il "turbamento dei sensi", parlavano strano, erano poveri e felici, profetizzavano un nuovo stile per la cultura americana, un nuovo stile (pensavamo) completamente libero da influenze europee (diversamente dalla Lost Generation), una nuova formula magica – più o meno la stessa cosa stava succedendo nella Francia postbellica di Sartre e Genet [sic!] e per di più ne eravamo al corrente - Ma per quanto riguarda l'effettiva esistenza di una Beat Generation, molto probabilmente era solo un'idea che avevamo in testa - kerouacapp5.jpgStavamo su ventiquattr'ore a bere una tazza di caffè nero dopo l'altra, ad ascoltare dischi su dischi di Wardell Gray, Lester Young, Dexter Gordon, Willie Jackson, Lennie Tristano e tutti gli altri, parlando come matti del sacro sentimento nuovo che c'era nelle strade - Scrivevamo storie su non so quale strano e beato santo negro hip col pizzetto che attraversava l'lowa in autostop con la tromba fasciata, portando il misterioso messaggio del soffiare su altre coste, in altre città , come un vero e proprio Gualtiero Senzavere alla testa di un'invisibile Prima Crociata - Avevamo i nostri eroi mistici e scrivemmo, anzi cantammo romanzi che parlavano di loro, costruimmo lunghi poemi che celebravano i nuovi "angeli" dell'underground americano - In realtà era solo un gruppetto di ragazzi hip veri patiti dello swing, quello che c'era svanì in un baleno durante la guerra di Corea quando (e dopo che) in America apparve un nuovo e sinistro spirito di efficienza, forse era il risultato della universalizzazione della televisione e nient'altro (il Gentile Controllo Poliziesco Totale degli agenti "di pace" di Dragnet) ma dopo il 1950 i beat sparirono in prigione o al manicomio, o furono indotti dalla vergogna a un silenzioso conformismo, la generazione stessa fu poco numerosa ed ebbe vita breve. Ma non avrebbe senso scrivere questo articolo se non fosse altrettanto vero che per qualche miracolosa metamorfosi, di colpo, la gioventù del dopoguerra di Corea emerse cool e beat, riprendendo quei gesti e quello stile, e presto fu ovunque, il nuovo look, il look trasandato e "sconvolto", alla fine cominciò ad apparire anche nei film (James Dean) e in televisione, gli arrangiamenti bop che erano un tempo la segreta musica da estasi dei beat contemplativi cominciarono ad apparire in ogni golfo mistico e in ogni spartito per orchestre tradizionali (cfr. i lavori di Neil Hefti e non il libro di Basie), le visioni bop diventarono patrimonio comune del mondo della cultura di massa, l'uso di espressioni come "pazzesco", "regolare", "scazzo", "farcela", "tipo" ("tipo che una volta o l'altra ce la faccio"), "andato", diventarono familiari e di uso comune, l'assunzione di droghe divenne ufficiale (tranquillanti e tutto il resto), e anche il modo di vestirsi degli hipsters beat venne trasmesso alla nuova gioventù del rock'n'roll tramite Montgomery Clift (giacche di pelle), Marlon Brando (T-shirt), e Elvis Presley (basettoni), e la Beat Generation, anche se morta, all'improvviso era risorta e legittimata. Successe veramente così,e la cosa triste è che adesso che mi chiedono di spiegare la Beat Generation, la vera Beat Generation, quella originaria, non c'è più. kerouacapp7.jpgTuttavia oggi, da Montreal a Città del Messico, da Londra a Casablanca, ci sono ragazzi in blue-jeans che ascoltano i dischi di rock'n'roll dei jukebox. Quanto all'analisi di che cosa significhi... chi lo sa? Anche in questa fase tarda di civilizzazione dove il denaro è l'unica cosa che conti davvero, per tutti, forse è questa la seconda religiosità che Oswald Spengler profetizzò per l'Occidente (ultima dimora di Faust in America), perché ci sono elementi di velato significato religioso nel fatto, per esempio, che un ragazzo come Stan Getz, il più grande genio del jazz della sua "beat" generation, messo in galera per tentata rapina in un drugstore, abbia avuto all'improvviso delle visioni di Dio e si sia pentito (c'è qualcosa di garbato, alla Villon, in questa storia) o prendete il caso della canonizzazione postuma di James Dean da parte di milioni di ragazzi. ginsbergburroughs.jpgAbbiamo sentito circolare strani discorsi fra i primi hipsters, di "fine del mondo" alla "seconda venuta", di "visioni stonate" e anche castighi divini, tutti credenti, tutti ferventi e ispirati e liberi dal Materialismo Borghese-Bohémien, come P[hilip] L[amantia] messo fuori combattimento dall'Angelo e la sua visione dei libri dei Padri della Chiesa e del Cristo che si apriva un varco nel Tempo, le visioni di G[regory] C[orso] del diavolo e dei Messaggeri celesti, le visioni di A[Ilen] G[insberg] ad Harlem e altrove, del Divino Amore in lacrime, W[illiam] S. B[urroughs] che apprende di essere l'Unico Profeta, le visioni buddhiste di G[ary] S[nyder] del voto di salvezza, le visioni sotto peyote che tutti i miti sarebbero veri, le visioni di P[hilip] W[halen] di forme e bagliori malefici, e del tetto che vola via dalla casa, le numerose visioni del paradiso di J[ack] K[erouac], la "Dorata Eternità ", luci brillanti nel bosco di notte, le agghiaccianti visioni di Armaghedon di H[erbert] H[uncke] (l'esperienza a Sing Sing), le visioni di N[eal] C[assady] della reincarnazione secondo la volontà di Dio [... ], la visione di A[lene] L. in cui ogni cosa era pervasa da una misteriosa elettricità , e la visione avuta da un ragazzo senza nome di Times Square della Seconda Venuta trasmessa alla tv (tutto vero, tutto accaduto nel bel mezzo della vita contemporanea quotidiana nelle teste dei tipici membri della mia generazione che conosco), riapparizioni dell'antico senso di Primavera Gotica dell'umanità occidentale prima che arrivasse al suo Fondamento Razionale della "Civiltà " e scoprisse la relatività , costruisse i jet e le superbombe e le benevole strutture supercolossali burocratiche totalitarie del Grande Fratello - così , come dice Spengler, quando arriva il tramonto della nostra cultura (ossia ora, secondo le sue proiezioni morfologiche) e la polvere della lotta per la civiltà si posa, ecco, il limpido rosseggiare della sera torna a rivelare le originarie preoccupazioni, torna a rivelare una beata indifferenza per ciò che è di Cesare, per esempio, una stanchezza, e un desiderio, un rimpianto per il valore trascendentale, o "Dio", o ancora, il "Paradiso", il rimpianto spirituale per l'Amore Infinito che le nostre teorie sulla gravitazione elettromagnetica e la nostra conquista dello spazio dimostreranno, e al posto delle sole tecniche di efficienza, tutto ciò che resterà , come nel caso di una popolazione sopravvissuta a un violento terremoto, saranno le Cose Ultime... di nuovo (poiché il fatto che tutti muoiano rende piacevole il mondo). Sappiamo tutti del Revival Religioso, Billy Graham e tutto il resto, al di sotto del quale la Beat Generation, e perfino gli esistenzialisti con tutte le loro sovrastrutture intellettuali e le loro pretese di indifferenza, esprimono una religiosità ancora più profonda, il desiderio di andarsene, fuori da questo mondo (che non il nostro regno), "in alto", in estasi, salvi, come se le visioni dei santi claustrali di Chartres e Clairvaux tornassero a spuntare come l'erba sui marciapiedi della Civiltà stanca e indolenzita dopo le sue ultime gesta. O forse la Beat Generation, che è il prodotto della Lost Generation, è solo un altro passo verso l'ultima, pallida generazione anch'essa senza risposte. In ogni caso, tutto sta a indicare che i suoi effetti hanno messo radici nella cultura americana. Forse. E se non così , che differenza fa?

KEROUAC: ORFEO EMERSO
di Claudio Gorlier

kerouacapp6.jpgAnche Jack Kerouac ha scritto il suo Ritratto di artista da giovane. E’ del 1945, Kerouac aveva ventitré anni e si firmava «John Kerouac». Il breve romanzo, rimasto inedito fino ad oggi, si chiama Orfeo emerso, un titolo inequivocabilmente programmatico, un’autobiografia di formazione non pubblicata perché l’autore era il primo a rendersi conto della sua gracilità. Se ne parliamo, è per la sua indubbia rilevanza per così dire genetica, in quanto getta una nuova luce sulla formazione di quella che viene correntemente definita beat generation, il suo rapporto tra letteratura e vita. Orfeo emerso non va giudicato un semplice oggetto di curiosità, e conviene sottolineare che lo scatto del futuro Kerouac già si coglie, pur con prevedibili squilibri. Si tratta di un romanzo a chiave, e accanto al protagonista Paul, narratore e in certo senso osservatore, Michael, Arthur, Leo, il gruppo di studenti universitari a New York, sono maschere, tra gli altri, dall’autore, di Allen Ginsberg e di William Burroughs. Vivono una loro, particolare, spesso frenetica, disarmante e non di rado disarmata bohème. Ecco, allora, gli amori, le varie, appassionate e inquiete Maureen, Helen, Marie, ma questo è un libro di uomini, e del resto tutta la storia dei beat è una storia di uomini. La peculiarità del libro va scorta fondamentalmente nella ricerca, insieme passionale e intellettuale, di una letteratura intesa come vita, che sarà poi una caratteristica basilare e un limite della beat generation. Ma ciò che colpisce attraverso tutto il romanzo riguarda il retroterra, ancor più che esistenziale, culturale del gruppo, e la smentita che il fenomeno sia «all American» nelle sue radici. Fin dall’inizio, impariamo che Paul in libreria «con fare impaziente concentrava la sua attenzione» sulle opere complete di Nietzsche, un romanzo di Stendhal - immagino Il rosso e il nero, sull’Idiota di Dostoevskij, e, naturalmente, sull’Ulisse di Joyce. Il gruppo di amici frequenta un animato corso universitario su Nietzsche, e quasi se ne nutre. Più avanti, sarà la volta dei Quattro Quartetti di T. S. Eliot. Ma c’è posto per il De Rerum Natura di Lucrezio, letto fino a notte fonda. Intanto, ascoltano Straviskje Schostakovic. Paul confessa di voler compiere un acte gratuit - il ricorso al francese è frequente - «come in Gide», e diviene allusivamente una reincarnazione del Lafcadio di Les caves du Vatican. Arthur, parlando del «fuoco, il segreto della creazione», si rifà esplicitamente a Rimbaud; Michael, quasi «fuori di sé», sente di «essere Orfeo, l’uomo-artista!». Il rimando a Cocteau emerge esplicitamente, ed è qui che il romanzo raggiunge il suo centro. Alla fine, Paul e Michael scompaiono, fuga senza ritorno, ma Arthur riceverà una lettera, firmata Orfeo: «Amenehmet contempla la bellezza del sole!». Ricorda il riferimento all’antico Egitto che sembra chiudere il cerchio, e «solo allora comprese». Termina così la prima epifania di Kerouac.
Jack Kerouac - Orfeo emerso - Mondadori - 14.00 euro

Kerouac secondo Portelli
di Giancarlo Susanna (da RaiLibro)

kerouacapp8.jpgportelli.jpgNel nostro breve viaggio intorno a Kerouac abbiamo voluto ascoltare la voce di uno dei più importanti esperti di letteratura anglo-americana del nostro paese. Autore di saggi leggendari - non si può studiare la musica tradizionale degli Stati Uniti senza leggere Woody Guthrie e la cultura popolare americana (De Donato, 1975) - Alessandro Portelli ci offre numerosi spunti di riflessione sull'opera e sulla figura dello scrittore simbolo della Beat Generation.

Ho letto una sua intervista in cui spiegava il successo italiano di Kerouac - e di On The Road in particolare - con la singolare coincidenza dell'uscita del libro con il boom della motorizzazione (la 600, gli scooter). Il fatto è, poi, che Kerouac è ancora molto popolare e molto letto tra i ragazzi. Quali sono secondo lei le cause di questo fenomeno?

Io credo che sia un libro molto adolescenziale - dopo tutto, si chiude sulla ricerca del padre. E' anche un libro molto autoindulgente, rassicurante. Nessuno rischia davvero gran che, ogni rapporto è risolvibile (penso all'insopportabile episodio della ragazza messicana), tutto è fluido, romantico. Una cosa che non so è se la sua popolarità abbia una componente di genere: piace anche alle ragazze?

Non pensa che Kerouac sia rimasto in qualche modo prigioniero del personaggio da lui stesso creato e che questo gli abbia impedito di mettere a fuoco le sue idee sulla scrittura con maggior lucidità?

Per quanto ne so, direi di sì, e in gran parte quel personaggio glielo hanno creato i lettori e i critici.

Cosa pensa del suo concetto di "scrittura automatica"?

Penso che a volte dia dei buoni risultati, altre volte permetta di passare per originale e brillante qualunque cosa irriflessa ci venga in mente. Per poter fare le cose in automatico bisogna prima avere imparato a farle con molta cura e attenzione e competenza. Un effetto non positivo di Kerouac sui suoi lettori adolescenziali è quello di legittimarli nel saltare la fase dell'apprendimento e della revisione.

Quali sono - se ci sono - i libri di Kerouac che lei preferisce?

On The Road resta il migliore.

E le poesie? Cosa ne pensa?

Mi sembrano di qualità ineguale.

Non pensa che certi libri - I sotterranei è il primo che mi viene in mente - avrebbero bisogno di una nuova traduzione?

L'ho scritto molto tempo fa - alcune traduzioni italiane distorcono il testo per adattarlo al personaggio Kerouac creato dai suoi sacerdoti nostrani e lo danneggiano. Spesso è più serio di come ce lo fanno apparire.

KEROUAC: ON THE ROAD
di Irene Bignardi

kerouacapp9.jpgAll´alba del 5 settembre 1957 un uomo bruno, dall´aria tosta e un po´ malconcia, più gonfio e più segnato di quello che prevedevano i suoi trentacinque anni, si alzò dal letto dove aveva passato la notte con la bella ragazza di ventun anni che da qualche tempo era la sua morosa e che aspirava a diventare una scrittrice, e si diresse verso l´edicola sulla sessantaseiesima strada, la prima, a Manhattan, a ricevere i giornali del mattino. Dobbiamo pensare che fosse piuttosto nervoso e ansioso. Quel giorno, gli era stato preannunciato, sarebbe uscita sul New York Times la recensione del libro che aveva faticosamente pubblicato dopo anni di dolori, viaggi, stesure, controstesure, limature, tormenti, editing. Era la decisione, la sanzione, il verdetto che avrebbe fatto di lui uno scrittore riconosciuto. O il disastro.

L´uomo era Jack Kerouac. Il libro era On the Road (Sulla strada). Il recensore del New York Times era il sostituto del primo critico, ma era lo stesso un signore importante e influente, Gilbert Millstein. E il verdetto era più che favorevole. Sulla strada era «un´occasione storica, nella misura in cui il rivelarsi di un autentico capolavoro è di grande importanza». Non solo: secondo Millstein, tracciava un fondamentale profilo della Beat Generation allo stesso modo in cui Fiesta di Hemingway aveva contribuito a raccontare la Lost Generation, ed era «l´espressione più chiara, più importante e meglio realizzata di quella generazione». Quanto alla scrittura, era («in alcune parti») «di una bellezza da togliere quasi il fiato».

Era "il momento della verità". Da dieci anni Jack Kerouac - nato a Lowell, Massachusetts, figlio di Leo Alcide Leon tipografo di origine canadese e di Gabrielle Millstein detta anche Mémere, ragazzo a dir poco turbolento e irrequieto, tormentato e difficile, lettore voracissimo, studente brillante, quando voleva, drop out e viaggiatore sulla strada in solitario e in gruppo, amico e protagonista di una generazione geniale ed eccentrica che avrebbe rivoluzionato il modo di vivere, di sentire, di scrivere -, da dieci anni il bel Jack, il disperato Jack, il distruttivo Jack, il misogino Jack lavorava su quello che voleva essere e che sarebbe stato il romanzo di una generazione - e il suo grande libro.

Il primo romanzo che era riuscito a dare alle stampe nel 1950, La città e la metropoli, era scomparso senza lasciar traccia. Nei cassetti della sua scrivania (l´unico mobile che abbia seguito Jack Kerouac in molti luoghi e in molte case) attendevano giorni migliori sei romanzi incompiuti, tra cui Il Dottor Sax e I sotterranei, Visioni di Gerard e Tristessa. E per dieci anni il romanzo della sua vita e della sua generazione era andato formandosi, rifacendosi, riscrivendosi attraverso infiniti viaggi lungo gli Stati Uniti, attraverso amori e disamori, dissipazioni, ubriacature, lavoro matto e disperatissimo, risse e malattie.

Se mai qualcuno aveva travasato la sua vita, la sua autobiografia, la sue esperienza, le sue sofferenze, le sue follie, lo Zeitgeist della sua generazione - o almeno della fetta ribelle, avventurosa, irriverente della sua generazione - in un libro, quello era Kerouac. In un legame diretto, carnale, atrocemente sincero tra vita e pagina che non impedisce al libro di essere un altissimo prodotto "letterario", ma che ne fa anche lo specchio di un´epoca, di un´amicizia tormentata e appassionata, di tante amicizie, di tanti amori, di tanto sesso spesso brutale e indifferente, dell´appassionato nichilismo di un gruppo geniale che ha lasciato il suo segno nella cultura del ventesimo secolo - e dunque il catalogo e il sismografo di una stagione "storica". Basti ricordare che dietro ogni nome della fiction di On the Road c´è un pezzo di vita vera. Che Carlo Marx è il poeta Allen Ginsberg, il quale nello stesso periodo aveva appena pubblicato Urlo e stava raggiungendo la celebrità. Che Old Bull Lee era William Burroughs, con cui Kerouac aveva condiviso i piaceri di Tangeri, aiutandolo a rimettere in sesto Il pasto nudo - e suggerendone il titolo. Che Rom Saybrook è John Clellon Holmes, lo scrittore, oggi per lo più dimenticato, che batté Kerouac sul tempo e pubblicò per primo un libro sulla Beat generation, Go!, (in cui, secondo Kerouac, si è appropriato dell´espressione "Beat" da lui coniata). Che Dean Moriarty è Neal Cassady, l´amico, l´alter ego, il mito, il dioscuro di Kerouac, colui con il quale Jack condivise case, cibo, viaggi, donne, mogli, sesso, in una osmosi di personalità e di vita che non ha uguali. Che Sal Paradise è lui, Jack, io narrante di una continua irrequietezza, di una continua dissipazione, di una continua peregrinazione sulle strade d´America, da New York a San Francisco, da Los Angeles alla provincia di Long Island, sulla scia di due miti letterari, Jack London e Huckleberry Finn, e di una assoluta impossibilità di essere normale.

On the Road aveva cominciato a prendere forma anni e anni prima, in parallelo a un altro libro, Il Dottor Sax, ma nutrito di tutti i viaggi e le esperienze di Jack, raccontato in prima persona ma centrato sul personaggio dell´amatissimo Neal. Nell´aprile del 1951 Kerouac intraprende per tre settimane, a benzedrina e caffè, la prima revisione del romanzo, e, per non interrompere il flusso della scrittura, batte il testo su una serie di fogli da disegno incollati insieme come un enorme rotolo di trentacinque metri. Non trova un editore. Lo riscrive ancora una volta. Un altro editore vorrebbe pubblicarlo, ma in versione ridotta. Poi, forse, è la volta buona...

Nel bel libro di Barry Gifford e Lawrence Lee, Jack´s Book, An oral history of Jack Kerouac, una serie di testimonianze sullo scrittore e il suo mondo, Malcolm Cowley, l´editor della Viking Press, presso cui venne finalmente pubblicato On the Road, ricorda che il libro su cui tanto Jack Kerouac aveva sofferto gli piovve sulla scrivania (crede di ricordare) portato da Allen Ginsberg, agli inizi degli anni ´50. Ma alla Viking «che era allora molto conservatrice», era lui il solo a voler pubblicare il libro (che si chiamava The Beat Generation). Nel tentativo di aggirare il problema, Cowley convinse Kerouac a pubblicare degli estratti del romanzo: la cosa avrebbe acceso la curiosità, avrebbe aiutato. kerouacbio2.jpgUna parte (The Mexican Girl) venne pubblicata sulla Paris Review, un capitolo sul jazz a San Francisco sul New World Writing (nel 1954). Intanto Cowley vedeva di quando in quando Kerouac e l´amico Ginsberg - che secondo lui, lo considerava una sorta di nonno della generazione Beat - e dava qualche consiglio di riscrittura. Che consigli? Non era la prosa di Kerouac a preoccupare Cowley («Jack scriveva bene. Scriveva bene naturalmente. Il suo stile mi ricordava molto Thomas Wolfe»). Era la struttura: «Mi sembrava che la storia andasse avanti e indietro attraverso gli Stati Uniti come un pendolo». Jack mugugnò, ma, secondo Cowley, fece qualcosa che non ammise mai pubblicamente (perché pensava «che il materiale dovesse uscire liscio come pasta dentifricia»). Risistemò tutto per l´ultima volta, salvo lamentarsi pubblicamente per le migliaia di virgole e le maiuscole inserite e tolte dal suo editor. Il libro era ormai pronto per uscire. Ed era in libreria quella mattina del 5 settembre quando Jack si svegliò celebre.

Né la sua irrequietezza né la sua vita cambiarono, al di là degli eccessi di esposizione in cui lo precipitò il Maelstrom mediatico di cui fu per un bel po´ il protagonista. Continuarono i viaggi, l´alcool, le droghe, le risse, l´amicizia tormentata con Neal Cassady, i rapporti brutali e difficili con le donne. Nel 1958 On the Road viene pubblicato da Gallimard. Nel 1959 è tradotto in Italia, da Magda De Cristofaro per la Medusa di Mondadori, con una prefazione di Fernando Pivano. E´ un successo che non si ferma mai (nel 1998 il libro aveva venduto oltre tre milioni di copie). La generazione del ´68 lo ama e lo contesta insieme. Il suo nome è famoso anche presso chi non legge o mai leggerà i suoi libri. E alla fine di un´esistenza senza pace, il 21 settembre del 1969, Jack Kerouac muore a quarantasette anni di emorragia esofagea. Lasciando un grande romanzo, un corpus importante di opere e una locuzione - "on the road" - che definirà per sempre un mondo e un modo di essere, e che intimidisce persino Hollywood: ce la farà Francis Ford Coppola a portare a termine il progetto più volte annunciato di fare un film dal grande libro di Kerouac?

Inviato da giuseppe genna , Lunedì 21 Luglio 2003
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