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Gian Mario Villalta, tra poesia e prosa
Gian Mario Villalta, nato a Visinale di Pasiano (Pordenone) nel 1959, è uno degli scrittori e intellettuali emergenti in Italia, una sicura risorsa creativa e critica per la società culturale che si sta rapidamente trasformando nel nostro Paese. Poeta, narratore, critico letterario e filosofico, Villalta ha alle spalle un nutrito curriculum di titoli, tra cui spiccano sicuramente la curatela parziale del Meridiano dedicato ad Andrea Zanzotto, la raccolta di poesie L'erba in tasca (Scheiwiller 1992) e i racconti di Un dolore riconoscente (Transeuropa 2002). E' tra i fondatori e curatori di Pordenonelegge. Pubblichiamo qui un'intervista che Gian Mario Villalta ha rilasciato a Christian Sinicco di Fucine mute, oltre che alcuni testi poetici e un intervento dello stesso Villalta sul compito dello scrittore nel nostro presente.Christian Sinicco (CS): Gian Mario Villalta, poeta: la tua poesia descrive la realtà semplicemente e con molta precisione. Dunque, una domanda tecnica: la descrizione come strumento in poesia.
Gian Mario Villalta (GMV): Hai azzeccato una cosa per me molto importante. Ho abbandonato il lavoro di "colorare la realtà" attraverso metafore o qualcosa che potrebbe sembrare un apporto della mente alla realtà che si vede. Quello che vorrei fare, non so se ci riesco ma ci provo, è far entrare dentro di me le cose al punto tale da dirle come sono semplicemente. Tecnicamente funziona attraverso semplificazioni, passaggi e divieti come in ogni forma d’arte, con regole da rispettare che nascono dall’idea di fondo che hai intuito: lasciar passare la realtà, lasciare che entri nei movimenti del corpo, nel modo di vedere le cose, e cercare di darle una forma. Spesso una forma molto semplice: abbiamo avuto nel secolo passato poesia di altissimo livello che ha fatto il lavoro contrario, ma per quella strada secondo me non si può più andare avanti.CS: "Nel buio degli alberi": si nota che la comunicazione migliora quando nella tua poesia intervengono in maniera molto semplice concetti – come il tempo – che aggiungono movimento, per cui le visioni si caricano di emozione. GMV: Questo è un mio tema. Ho scritto una raccolta di racconti, "Un dolore riconoscente", quindici racconti a ritroso nel tempo. Le vite dei figli del baby boom come me – nati alla fine degli anni ’50 o all’inizio dei ’60 – hanno subito dei passaggi velocissimi, e un mondo è cambiato e si è trasformato. Nel tema del tempo cerco proprio di catturare questo: chi ha la mia età ha nella sua memoria, nella sua vita, nel suo rapporto con le cose, tempi molto differenti da far convivere. Narrativamente a volte è più facile, perché puoi costruire questa differenza in maniera articolata; con la poesia è necessario il lavoro di semplificazione, e non sempre il risultato è denso nelle parole e nei concetti. Cerco sempre di passare, spero che si noti, attraverso un "sentire", attraverso ciò che il corpo percepisce. Un sentire che in fondo è sempre attuale, ma che viene da più lontano, nel tentativo di mostrare come tutti questi fattori coesistano. CS: Tu a volte sacrifichi alla precisione dei versi tanta emozione, tanto carico di immagini. È possibile invece lavorare per portare immagine nella poesia a scapito della forma? GMV: Due cose: questo libro è nato per essere un condensato, e contiene cose molto diverse: anche cose più narrative, immediate, e meno "ferme" dal punto di vista formale. Bisogna dire poi che ognuno fa i conti con la propria storia, quella personale e quella delle tradizioni in cui si trova, delle esperienze poetiche con cui si è confrontato. Noi ascoltiamo Stanisic in italiano, e non cogliamo ciò che scrive nella sua lingua; a volte mi ricorda altri autori della sua lingua che conosco, e so che alcune cose in italiano sono forti perché lui è estraneo alla nostra lingua, e che per noi sarebbero sottoposte a divieto. Il nostro modo di sentire la rima, ad esempio, è molto diversi. Quindi l’effetto in traduzione è molto efficace sul piano dell’impatto laddove si perde la forma: sarebbe bello arrivare ad una poesia di maggior impatto, ma non è semplice, perché ognuno ritaglia all’interno di ciò che può fare o che sa fare la propria strada. Non possiamo fingere esperienze che non abbiamo: Stanisic ha un suo vissuto di guerra, immaginazione, di vicinanza patita nel corpo, nel luogo in cui vive, nella lingua, che sarebbe affettazione etica fingere da parte nostra, ed onestamente da parte mia. Non le sentirei false – sono tutte cose vere -, ma devo parlare del mio vissuto, o la poesia mi suonerebbe fasulla. Il sapere degli scrittori di Gian Mario Villalta Da quanto tempo non ci si chiede più che cosa sanno gli scrittori, se quello che ci dicono è qualcosa di importante, e perché? Non riesco ad accettare l'idea che la poesia, la narrativa, la letteratura nel suo insieme non siano altro che intrattenimento. Una carezzina alla nostra sensibilità istruita, una ginnastica per la nostra corsa all'evasione.Non mi basta, non può essere così. Un libro è divertente? Bene. Ma in che cosa consiste questo divertimento? È solo un passatempo per le ore vuote, che dobbiamo per forza colmare, meglio se con qualcosa di spiritoso e/o avvincente? È se un libro non è divertente, cos'è? Forse è interessante, devastante, inquietante, rivelatore... di che? Kafka: "Un libro dev'essere un'ascia per il mare ghiacciato che è dentro di noi". E noi, noi come interpretiamo questa frase? Oggi siamo ancora in grado di dire che differenza c'è tra un reporter, un opinionista, uno psicologo, un sociologo, un politico, uno storico della cultura, un professore di letteratura e uno scrittore? Provo a dare una mia risposta a queste domande. Lo scrittore lavora sulla percezione, sulla sensibilità, sul tempo, sulla lingua, sull'agire e il soffrire dell'uomo. Il suo sapere specifico non corrisponde ad alcuna disciplina ufficiale (pur avendo a che fare con molte di esse), ma viene a costituirsi nell'esperienza dell'opera che egli crea. Lo scrittore, come opinionista, come "esperto", vale quanto qualsiasi altra persona intelligente (o no), capace (o no) di vedere il mondo da un qualche punto di vista. Nella sua opera, invece, lo scrittore non ha un "punto di vista" (la voce poetica o narrante lo può avere, ma non lo scrittore, mai), egli lavora l'immaginario, collauda i moventi profondi dell'agire, collega diverse coordinate della realtà in una vicenda, in una lingua. Non è il suo personale sguardo sul mondo, quello - per capirci - che lo fa votare per Caio o Sempronio, che gli fa mangiare pasta piuttosto che carne, che gli rende piacevole il mare o la montagna. Questo non è interessante, per l'opera. Quello che diventa interessante è invece uno sguardo trasformato dall'opera che sta creando, nel ritmo profondo dell'opera, nell'ipotesi di mondo a cui dà vita. Lo scrittore è colui che, attraverso la sua opera, arriva al limite dei saperi degli "esperti" delle varie discipline in cui è diviso il sapere attuale, e diventa capace di mostrare il fondo di non-sapere (ovvero di sofferenza, di crudeltà, di amore) di cui è fatta la nostra vita. Villalta: Poesie La sera della domenica - bene sempre all’inizio, che mai va oltre - l’inizio, ma unico indizio del bene Per i paesi, dietro alle schiarite nel pomeriggio che finiva l’estate. Bello incantarsi a guardare Le persone per strada, le case nella pioggia. Di “guarda!”, bello: non fare niente E le vecchie canzoni indovinare le automobili Da quelle stagioni passate, i vestiti. Inseguivamo questo giorno bello E pieno dell’estate E di tutte quelle che c’erano state. Perché abbiamo avuto paura, s emai come ora Siamo stati presi e veniva l’odore del tempo e venivano I colori negli occhi senza far male, perché s’è fatto buio Così presto, abbiamo detto, e siamo ritornati frettolosi E colpevoli a casa per nasconderci? - Lasciaci soli, bene, o un segno che si vede, bene che mai si compie e viene a liberarci – Torniamo e accendere le luci aiuta A sfare una intimità cattiva, che non ci era mai appartenuta prima. Una frase cretina si deforma E ci pensa dentro un’altra vita. Strano parlarne, dà il senso Di un cielo che si guasta in un’altra stagione. Adesso è l’ombra stretta delle teste. Bevono buio. Si contagiano notte e abisso. Questo restare dentro la promessa Come un chiodo di legno dentro il legno. - questo bene sprofondato nel suo indizio, - corona che non ha regno. Luce. Gennaio. Mattina presto. Respiro – e incorona lo sguardo Il vuoto abbagliante del cielo. Ammettimi nei tuoi infiniti Presenti, luce che vieni e assolvi Ogni speranza e inutilità, ogni dimenticanza – Oggi, pieno di tempo, di tanta chiarezza che mi sopraffà, immergimi nel tuo freddo inizio, fermamente. Dopo una grande pioggia, all’imbrunire Nella testa dei rumori Il ciliegio contro il muro. La chiusa inghiotte i fiori A lunghi sorsi bianchi. Con le mani sui fianchi I carpentieri aspettano Neri sul tetto, immobili, che l’aeroplano atterri. La notte allaga il campo Dai rottami del monte uno fischia, si scuote un brivido sul collo: nella palestra di fronte slanciano le braccia nude al sole dei riflettori donne ridenti a colori. Regione Pesta a ogni passo la terra che è stata ossa E pellame, carie del legno, ossido. Pesta nella sondaglia del fosso L’umore invernale, nel muschio Delle ceppaie: la voce dei morti È questo cedere appena del suolo Nelle gambe, su per la schiena - non un lamento un sussurro, niente sono i secoli nella terra, i giorni con gli alberi e gli animali questo cedere appena del suolo la luce a ogni passo nei muscoli – è il silenzio di quando attraversi nei movimenti i tuoi sensi. Un pezzo alla volta è stato ruspato via il mio paese Per fare posto al tempo di adesso. Gli alberi crescono, le case nuove Si assestano nella memoria col vento e i lavori. Anche la forma delle bocche Più adatta, i visi le assecondano. Gli occhi scattano desideri Veloci più dello sguardo. Ma hanno le mani riconoscenza Nella forma dell’urto, della carezza, nella distanza dell’afferrare. Le mani insegnano la cavità, tenerezza, la superficie e lo spigolo. Istruiscono in tutti i sensi La mente che incrocia dal vivo I suoi piani diversi, che rientra in sé Nella materia, che trattenendo Cede. Oggi, di giugno, l’odore del grano. La sua radice dentro il respiro. In pensiero di casa Unica anche la tua – Chiede – anche la tua – Sofferenza unicamente Perché. E non si accontenta Di risposte. Deve assestarsi Come osso, callo calcareo che asseconda la lenta ripresa del movimento nella frattura, un dolore che passa dentro un dolore diverso, diversa postura, menomazione più lieve e duratura. Inviato da giuseppe genna , Martedì 22 Luglio 2003
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