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Bevilacqua: La califfa
E' uscito in allegato col Corriere della Sera uno dei romanzi formidabili del Novecento italiano: La Califfa di Alberto Bevilacqua. E' un'occasione per ripensare attentamente quanto sostengono alcuni: che, cioè, la tradizione narrativa italiana è debole. La straordinaria, barocca, fantasmagorica narrazione di Bevilacqua resta una delle acquisizioni per sempre della letteratura italiana. Pubblichiamo la prefazione che Barbara Palombelli ha scritto per questa nuova edizione della Califfa e proponiamo un intervento di Bevilacqua a proposito dell'opera critica di Giacomo Debenedetti. In chiusura, alcuni brani da interviste dell'autore de La polvere sull'erba: credete, vale la pensa di leggersele...Alberto Bevilacqua: "La Califfa" di Barbara PalombelliChi è Irene Corsini? E perché tutti la chiamano «Califfa»? Alberto Bevilacqua lo spiega nell’epilogo, a poche pagine dalla fine di quello che viene considerato come il suo romanzo più felice. «Irene bambina, con tutti quei ragazzi che già le andavano dietro, e lei se li trascinava per i borghi con burbera tenerezza... Per questo l’avevano chiamata Califfa. Ma nel riso con cui gli altri l’avevano battezzata era passata l’amarezza di chi sa che bestia infida può essere la bellezza, in quei borghi dove l’ombra è solo un naturale, pietoso atto di clemenza per non mostrare alla luce del giorno quanto sa essere inclemente la vita». Una donna bella, buona, moglie di un partigiano un po’ vile e un po’ eroe, madre di un bambino che ha vita breve, diventa – a causa della sua bellezza inquietante – una “slandra”, una donna giudicata male dalla sua comunità... Irene fa scandalo, fa parlare di sé, quando cammina il suo incedere fa mormorare i moralisti: diventa una donna a più dimensioni. Leale nell’amicizia e perfino nell’amore con un uomo ricco e molto più grande di lei, sente su di sé un destino segnato. Alberto Bevilacqua scrive quello che fu esaltato come “il suo poema”, un romanzo a due voci (la Califfa e il Narratore), nel 1963: una storia a più livelli che Borges definì «una narrazione ariostesca». Una storia popolare, ambientata in una Parma che oscilla fra Rinascimento e Provincia, con i protagonisti scolpiti: il Vescovo, l’Industriale, il Partigiano, la Prostituta... Su tutti, però, trionfa Irene. Irene somiglia a un’infinita serie di donne italiane, vere, che hanno oscillato fra parità e sottomissione, scegliendo e scartando – di volta in volta – tutti i ruoli, o meglio cercando di interpretarli insieme, sperando di non perdersi nulla... cercando ciascuna una formula che coniugasse in modo originale la magia del passato con la misteriosa e avvincente sfida del futuro. Mogli, compagne, amanti, fidanzate, madri, sorelle, schiave, alleate, avversarie, amiche e nemiche... La rappresentazione maschile dell’universo femminile – perché da qui stiamo partendo per riflettere, invece, sulla realtà – tende a spezzare le donne. Le divide, le separa, le distingue in modo chiaro. Generalmente, è così. Irene possiede quell’inquietudine che fa impazzire gli uomini. E così, la donna inquieta – disegnata negli anni Sessanta, simultaneamente da Moravia, Antonioni e Bevilacqua – è un personaggio in cui possiamo identificarci. Innamorate e indifferenti, addolorate e cattive, seduttive e vendicative, le donne hanno attraversato gli anni del dopoguerra sorridendo e piangendo proprio come la Califfa: amante, femmina, amica, compagna. Diversa da sua madre – che ha cresciuto dieci figli ed è morta di sfinimento, come accadeva alle donne nate alla fine dell’Ottocento – Irene Corsini cerca una strada nella vita. Non ha modelli equilibrati: o moglie casta o slandra, non c’è spazio per le mezze misure. Nel dopoguerra comincia la prima grande rivoluzione fra i sessi. È proprio la guerra, con il suo sconvolgimento e con la Resistenza, a scomporre e a ricomporre i nuclei familiari. Tutto salta. I padri in battaglia, i fratelli a lottare, le donne escono dalle case per combattere la loro guerra alla ricerca di un pezzo di pane, di un po’ d’acqua per lavarsi... ma intanto escono, anche sole, per la prima volta. Saltano i punti di riferimento: le città, le provenienze, le radici strappate a forza costringono le persone a spostarsi da un luogo a un altro lungo la penisola, dai paesi alle città, dal nord e dal sud estremi alle grandi metropoli, Milano, Torino, Roma. Sradicate, ma piene di speranze, le nuove ragazze del dopoguerra hanno già rinnegato il ruolo di casalinga e madre assegnato loro dal vecchio regime... Cercano, come Irene Corsini, uno spazio diverso. E che fatica! Bisogna attendere il 1968, l’arrivo della pillola anticoncezionale, per iniziare davvero a programmare in modo autonomo le proprie scelte... Ma il personaggio di Alberto Bevilacqua vive ancora negli anni Cinquanta. Irene è nata – presumibilmente – all’inizio dei Trenta ed è condannata a vivere secondo un modello. L’unica strada per scappare dalla gabbia della provincia consiste proprio nella fuga sentimentale, nell’avventura erotica. La sua amica, la Viola, le spiega: «Fare la slandra [...] è come entrare in un letto che non è tuo... La prima notte non ci dormi, ma poi...». La Califfa è una donna del popolo, di liberi costumi, che attraverso un rapporto d’amore ridà all’industriale più potente della città, Doverdò, l’anima che aveva perduto. Bevilacqua ha descritto questa sensazione – da scrittore di passioni – con durezza e sincerità, fotografando una realtà che è eterna. Per fortuna, la scelta obbligata fra moglie o puttana viene cancellata dalla fine degli anni Sessanta. Altre scelte attendono le ragazze che diventano maggiorenni negli anni Settanta. Altri uomini, diversi dagli amanti della Viola e della Califfa? Forse no, forse gli uomini sono sempre rimasti simili, fra lavoro e carriere, sempre con i loro obiettivi, sognati e/o mancati. Anche nelle rivoluzioni c’era chi faceva carriera e chi no. Tutti, comunque, ci pensavano. Ma non c’è tempo per riflettere. Bisogna correre. I tempi della rivoluzione femminista passano anche per tante porte sbattute in faccia alle loro madri, altrettanto inconsapevoli e incerte, imprigionate davvero dentro un ruolo rigido e ingessato da secoli. Rileggendo oggi il romanzo di Bevilacqua, è strano pensare quanto fosse lontano negli anni Settanta (all’epoca della mia prima lettura e della visione del film, magicamente interpretato da Romy Schneider). (...) La serenità ingenua delle donne di questo romanzo, la malinconia e i drammi, riletti oggi somigliano ancora a quelli che conosciamo noi, donne contemporanee condannate a soffrire se ci fermiamo a riflettere. Tanta fatica, tanta rivoluzione, e poi? Costrette a correre, sorridiamo immaginando le lentezze degli anni Cinquanta. Avere a disposizione tanti ruoli possibili crea uno stato d’animo perennemente alla ricerca di un equilibrio, condanna a un’esistenza piena di passioni, di sesso, di follie, ma anche al rischio della disperazione totale. La Viola e la Califfa – sicuramente – non prendevano calmanti... Vivevano le loro vite di donne sole e maledette godendosi, nonostante tutto, «un poco di fresco, sotto quel cielo alto e bruno». Debendetti, un rabdomante del gusto di Alberto Bevilacqua![]() Debenedetti era un rabdomante della letteratura. L'intuizione del talento consisteva in un senso esatto del suono, segreto, che una pagina ha sempre (uno spartito sotteso); se non ce l'ha, non è una pagina, ma un foglio usurpato. II preciso rigore formale, per Debenedetti, nasceva da questo suono a sé, un'impronta naturale, a cui doveva aggiungersi la scelta dei timbri. Non c'è talento critico più assimilabile all'orecchio che è tipico del grande esecutore musicale: i libri erano, per Giacomo, strumenti sulle cui corde appoggiare l'arco, valutando all'istante le possibilità d'armonia. A cospetto di questi strumenti, le realtà erano sempre « mères profanées » che aspettavano esecuzione. Avvicinerei Debenedetti a Schoenberg e citerei, come punto di connessione, i 15 Lieder op. 15, su testo tratto dal Libro dei giardini pensili di Stefan George: dalle magiche sonorità, dalle immaginose coloriture. La poesia si presenta con la chiarezza lineare di un giardino classico, ma Schoenberg lo rende abitato dall'uomo contemporaneo. Ne nasce una doppia metamorfosi: del giardino e dell'uomo. Il rigore formale, diciamo dell'ambiente (tipo paradiso infantile di Kokoschka sul Galitzinberg), questo « splendido giaciglio cinto da una siepe di spine di porpora e nere », non può sussistere, anzi avvizzisce e muore, se non trova, nel personaggio, la scintilla del dualismo fra ordine esterno e fenomeno emotivo personale. Intesi entrambi - sia da Schoenberg che da Debenedetti - come due tensioni musicali interagenti. Rabdomante del gusto, rifacendosi, nel Gusto dei primitivi, a Lionello Venturi, egli sottolinea: « Per intendere lo sviluppo del gusto, è conveniente tener d'occhio la aspirazione prima che ha suscitato un nuovo mondo di preferenze e di tendenze ». Ecco il suono: l'ispirazione prima. E ancora insiste nel mettere allo sbaraglio la tirannide delle regole apprese e instaurare, in loro luogo, la esperienza della « rivelazione ». Sempre tenendo presente il merito di « sottrarre la parola gusto a quell'uso dilettantesco che oggi se ne fa: tanto che se sentiamo dire, massime da certe persone, che la tale è un'opera di gusto possiamo subito star sicuri che si tratterà di qualche snobistica esercitazione, vero surrogato dell'arte ». Proprio da Debenedetti, dunque, veniamo messi su un avviso importante: che lo scrittore deve difendersi, con estrema accortezza, dalla letteratura e non limitarsi a respirare gli effluvi del suo giardino pensile, ritenendosi in regola con le regole. È un insegnamento che oggi va assai meditato. Ho conosciuto Debenedetti che avevo vent'anni; ebbene, lui mi ha salvato dai pericoli della patria letteraria da cui venivo appesantita da quei cascami di bertoluccianesimo che sembravano volerci convincere che il gusto era tutt'altro, quello da cui Giacomo metteva in guardia. Oh, no! Egli mi ha insegnato una visione culturale meno arroccata in effimeri privilegi e più aperta alla vita; mi ha spinto a credere nell'anima popolare di una cultura; da cui - va ribadito vere civiltà letterarie, i grandi sudamericani per esempio, anche Borges, sono nati. II tutto obliato e frainteso dai sopraccigliosi esteti che infestano il vuoto trono elitario della nostra cultura. Soltanto i raffinati manichei, i falsi puri - mi ripeteva Giacomo - possono vedere in quell'anima lo stadio dell'impuro e del naturalistico che, più spesso, è il focolaio dissimulato, l'alibi inconscio dell'infezione da raffinatezza: allora si diventa, sì, esteti che volitano sui pattini come se l'arte fosse un lago ghiacciato degno di figure obbligate. Che direbbe, oggi, Debenedetti, aggirandosi tra tante pagine senza suono, applaudite da sordi che giurano di udirlo, tra tanto ghiaccio e tanti pattinatori che spassano come depositari delle chiavi della nostra vita culturale. E che dovremmo dire noi, raggelati ai bordi di quel ghiaccio maligno, vedendo saettare come ombre di morti i re e i principi di una letteratura polare: che l'insegnamento di Giacomo è caduto nel vuoto. No. Diciamo, piuttosto, che spesso e volentieri è stato frainteso, lo è tuttora. E allora bisogna, al di là delle care cerimoniose evocazioni, evitare che gli imbalsamatori riescano a impedirci di valutare questo scrittore nel vero significato del suo testo. Badate: Debenedetti si cita, anche con venerazione, ma si sta bene attenti, in molti casi, a non leggerlo per il verso giusto. Se ne vanta l'intelligenza critica, ma il segno rivoluzionario, accusatore, lo si offusca, lo si cancella. Cominciamo con una buona rilettura. Forse sortirà il salutare effetto di radiare dall'albo coloro che si siedono sulle panchine del giardino pensile, aspettando di essere spostati, da quelle panchine, direttamente ai busti marmorei. I dominatori del nostro gusto, si accontentano di ombre cinesi. Avallarli, significa offendere anche la memoria di Giacomo. Poca cosa, forse, per chi ha memoria solo di sé. Ma non poca cosa per noi, che passavamo ore con Giacomo, intendendoci a orecchio. Gli dobbiamo quello che abbiamo scritto, senza pattini. BEVILACQUA: CITAZIONI PERICOLOSE "Un titolo che avrei voluto Dio desse a me è Viaggio al termine della notte, ma l'ha dato a uno dei più grandi scrittori del secolo"."O fai parte di uno schema preconfezionato oppure non interessi a nessuno. Oggi non c’è nessun rispetto per il giovane narratore… viene massacrato o addomesticato se non fa parte di una qualche scuola ben definita. Credo quindi che si debba prendere una posizione forte, dura; sarebbe auspicabile un gruppo di giovani talenti in grado di dire 'Basta!'. Altrimenti è la morte, la morte di ogni creatività vera". "Il cinema per me è un'arte minore, ma mi ha offerto delle straordinarie possibilità. Un periodo molto felice è stato quando, intuendo i miei strumenti di prontezza immaginativa e la mia capacità di immedesimarmi e impostare subito la situazione, sono stato usato da grandi registi, come Rossellini, Visconti, De Sica, Zampa. Più avanti ho stabilito una sintonia micidiale, dolcissima e feroce con Fassbinder". "Ho inventato molti titoli nel cinema: Tutti a casa con le A rovesciate, I soliti ignoti..." "Una città in amore è la storia dell'anarchico più famoso che Parma abbia mai avuto: Picelli, che si inventò una forma di guerriglia contro Balbo in qualche modo giunta fino ad Alberto Bayo e ai guerriglieri cubani. A D'Annunzio che voleva andare a combattere con lui rispose: 'Rimanga dov'è, questa è una città in amore della vita'." "Non sono contro le nuove tecnologie. Sono un anarchico nel mondo delle nuove tecnologie. Credo che ci sia un legame tra le possibilità che offrono e la telepatia, la comunicazione a distanza, in cui ho sempre creduto. La comunicazione al di fuori della norma logica è sempre esistita, ma ora le nuove tecnologie la consentono". "Eros, povero dio, figlio di Marte e di Venere, un tempo raffigurato con diafane ali e la benda sugli occhi. Si è tolto la benda, vede continui orrori, si nasconde sotto pseudonimi, sta per essere estromesso anche dalla specie umana, in nome della fecondazione eterologa, della clonazione, degli uteri in affitto e del traffico di embrioni... L'Eros è arrivato a un punto non morto, ma ammazzato. Eros e letteratura: non ne nasce quasi più nulla. La Musa fa uso di anticoncezionali". "A chi si batte per il ritorno delle case chiuse non c'è da opporre il solito, retorico sdegno, ma un invito alla logica. Stiamo coi piedi per terra, per favore, e chiediamoci: «Chi ci finirebbe, in quelle case?». Le povere sopravvissute della vecchia, tradizionale prostituzione, oggi in un declino forte per ammissione dei suoi stessi responsabili da fare ben magri affari. Chiusa ci finirebbe quella che Giancarlo Fusco, nel suo memorabile Quando l'Italia tollerava, definì appunto «l'Italia risorgimental-puttana». Ormai lo sanno anche i bambini purtroppo (tanti, troppi di essi); la malavita italica, che nel dopoguerra ereditò dallo Stato anche la gestione delle «lucciole», si trova in una crisi irreversibile dovuta al formarsi di ben altre strutture criminali, che parlano lingue straniere. Va bene, apriamo pure le case. Ma credete voi che ci possano finire le protagoniste della cosiddetta «prostituzione da massacro?». Intendo le ragazze albanesi, slave, in genere dell'Est, gestite da una delinquenza immigrata che le fa vivere nei «canili dell'amore» come bestie, senza esitare a ucciderle una volta che le ha spremute come limoni? Scordatevelo. Quelle ragazze resteranno brade sulle strade, a vendersi senza controlli a prezzi stracciati come le loro anime. E credete forse che nelle case chiuse ci finirebbero i viados? Ma andiamo! Anch'essi obbediscono a un governo osceno del tutto autonomo, e questa autonomia «imprenditoriale» è feroce, ne sa qualcosa la polizia, che spesso si vede costretta a scontri da guerriglia. E allora? Le nostre strade continuerebbero a essere insozzate da larve di femmina e trans, e nelle case di un tempo troverebbero un po' di pace e di lavoro le puttane stile Ottocento che, nelle nuove notti immonde, stentano a trovare clienti. La maggior parte di chi va a puttane, ormai, è diventata sadica: si eccita col relitto umano o con l'ambiguo, anche se poi dichiara trionfalmente la propria eterosessualità. In un mondo di brutalità come questo, non c'è posto per nessuna casa: né domestica, né turpe. I corvi crudeli resteranno liberi nella notte". Inviato da giuseppe genna , Mercoledì 23 Luglio 2003
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