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Philippe Forest: Il Romanzo, il reale
E' uscito per i tipi HoldenMaps di Rizzoli un interessantissimo saggio del romanziere e critico francese Philippe Forest: si intitola Il Romanzo, il Reale (11 euro, traduzione di Gabriella Bosco). Partendo dalla domanda che la critica post-strutturalista, soprattutto europea e soprattutto nichilista, si pone da anni, se cioè sia ancora possibile il romanzo, Forest elabora alcune folgoranti categorie critiche della fiction. Una di queste è l'autofiction. Traduciamo parte di un'intervista (qui l'originale) che Philippe Forest ha rilasciato a Audrey Cluzel sulla nozione di autofiction.Cosa distingue l'autobiografia dall'autofiction? L'autofiction altro non è che l'autobiografia sottoposta al sospetto. Per sospetto intendo la messa in questione da parte della coscienza critica. Se si racconta un'esistenza, la si trasforma in romanzo e si penetra nel dominio incantato della favola. Si pensa di dire il vero della propria vita e, appena ci si riflette sopra, ci si rende conto che tutto il racconto, anche il più intimo, ha assunto la forma obbligata della fiction. Ognuno degli episodi vissuti si configura spontaneamente secondo le regole che organizzano il grande dominio immaginario dei racconti, delle epopee, delle tragedie, dei romanzi. "La verità ha la struttura della fiction" diceva Lacan. Di conseguenza, se la verità è fiction, ogni scrittore degno di questo nome sa che è necessario che la fiction si raddoppi, divenga fiction di se stessa per tentare di condurre autore e lettore verso il luogo in cui accade l'evento della verità. In nome di un'assoluta esigenza di verità, l'autobiografia crede di potere ripudiare tutte le risorse del romanzesco a cui in realtà non smette mai di fare ricorso. Sono le medesime risorse mobilitate dall'autofiction. Poiché, a conti fatti, l'autobiografia stessa è un romanzo. E, di conseguenza, soltanto il romanzo riesce a dire la vita.
Quali sono state le prime manifestazione del dispositivo di enunciazione dell'autofiction? C'è qualcosa di estremamente brillante e straordinariamente seducente nel neologismo "autofiction" che ha inventato Serge Doubrovsky. Ho potuto verificarlo di persona nel corso di un'intervista che mi ha concesso il premio Nobel giapponese Oé Kenzaburô. Ritengo però che l'accademia universitaria, in Francia, abbia la tendenza a sopravvalutare l'influenza che effettivamente ha potuto esercitare. Tra gli scrittori a me coetanei, per esempio, non ne conosco uno che faccia riferimento ai testi di Doubrovsky. Per quello che mi riguarda, anche se la critica ha classificato i miei romanzi nella categoria dell'autofiction, garantisco che li ho scritti senza avere mai letto una riga di Doubrovsky. Il concetto di autofiction è talmente seducente e potente che è suscettibile di inglobare tutto: da Dante a Rousseau fino a ogni scrittore cinese o giapponese. per conto mio preferisco parlare di "romanzo-dell'Io" e i suoi inventori, per come penso questa categoria critica, sono Cendrars, Céline, Breton e Aragon. I testi capitali, per rimanere a questa prospettiva critica, contrariamente a quanto si afferma oggidì, sono stati elaborati nei laboratori dell'avanguardia, dal surrealismo allo strutturalismo passando per il nouveau roman. E le autentiche opere che richiedono di essere lette e interrogate, a fronte di questo "ritorno dell'Io" nella letteratura francese, sono state firmate da Roland Barthes, Alain Robbe-Grillet, Claude Simon, Philippe Sollers, Denis Roche, Alain Jouffroy. Autofiction o meno. se si ricorre all'origine etimologica del verbo "inventare", si incontra questa definizione: "trovare ciò che esiste". E' possibile riconnettere la scrittura a un'invenzione del genere? Sì: è perché esiste sempre un'invenzione di se stessi che l'autobiografia conduce necessariamente all'autofiction. Devo però aggiungere che un'invenzione di questo tipo è per forza ansiogena. Non si tratta di proporre al lettore la leggenda di un divenire, ma, come spiego nel mio saggio Il Romanzo, l'Io si tratta di fare l'esperienza di un "rinvenire". Intendo che uno scrittore è sempre qualcuno che "torna" verso il racconto della propria vita. Questo ritorno, come spiega Breton in Nadja, viene compiuto come un fantasma attaccato allo spettacolo del reale tramite la forza del desiderio. In questo senso, diventa necessario rinunciare a tutte le consolazioni illusorie che concede la mitologia letteraria. E' possibile fare della propria vita un romanzo ma si tratta di un romanzo all'interno del quale la propria identità viene intercettata come miraggio, chimera, menzogna. C'è una spiegazione per la crescente produzione di storie "intime"? Si tratta di un sintomo di esaurimento del romanzo? Non so se qualcosa stia conducendo a un esaurimento della letteratura. Posso però dire cosa spossa me della letteratura contemporanea: i romanzi storici, quelli polizieschi, i vecchi racconti insipidi delle storie di famiglia, l'enorme macchina produttiva della letteratura psicologica che alimenta la creazione di seriali televisivi da quattro soldi. Considero però che ciascuno ha diritto al racconto della propria vita e riprendere possesso di questo racconto è, per chi viene veicolato nel racconto, un gesto autentico di liberazione e verità. Se si ha l’impressione che il romanzo stia morendo, è per aver abusato dell’oppio distraente delle storie inoffensive. Basta però una parola di verità per risvegliare il romanzo, richiamandolo alla vita pericolosa e meravigliosa del reale. Inviato da giuseppe genna , Giovedì 24 Luglio 2003
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