John Updike, con la posizione di prestigio che occupa al New Yorker, è uno dei re dei salotti letterari americani. Non c'è polemica sul romanzo o sulla poesia in cui questo simpatico nasone non entri. Celebri e senza quartiere gli scontri con Mailer, Gore Vidal e Wolfe. Tuttavia, Updike, in qualità di narratore, è rimasto al palo. Tutti i suoi colleghi sono diventati l'anima letteraria dell'America pop: lui no. Ha scritto un capolavoro - Run, Rabbitt - e si è fermato lì. Da Bellow a Roth lo hanno surclassato tutti. Lui rimane un abile polemista e un raffinato prosatore: importante nel panorama odierno, certo. Però non rimarrà nelle storie della letteratura.
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