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ROBERT WALSER
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  ROBERT WALSER

Walser Uno degli scrittori più enigmatici, più stolidamente ignorati dalle cieche intellighentsje di questi anni di feltro è lo svizzero tedesco Robert Walser. Tranne alcuni risoluti intellettuali (qui da noi è il caso di fare il nome di Giorgio Agamben) che vedono nella sua opera una numinosa sospensione della modernità occidentale, un'autentica cortina di silenzio è scesa sopra la figura gigantesca di questo pazzo scatenato, la cui prosa, semplice e vibratile, mette la letteratura tutta di fronte a paradossi metafisici, di una grazia sublime e di una drammaticità profonda ben più di quanto oggi la sensibilità consenta.
Robert Walser nacque a Berna nel 1878, settimo di otto figli. Fece di tutto: dal comico al cameriere (la professione walseriana per eccellenza) al soldato di carriera. Presto, tuttavia, si manifestarono i segni di uno squilibrio mentale parossistico, di un delirio ossessivo-paranoico talmente radicale che l'amatissima sorella fu costretta a ricoverarlo, nel 1913, in una clinica psichiatrica dove albergò in perfetto silenzio fino alla sua morte, in un autoesilio straniato ma anche straniante, che ricorda da vicino la misterica vicenda dello Scardanelli in cui confluì la personalità di Hölderlin. L'anno della morte è il 1956.
Se si sottrae violentemente la criptometafisica di matrice talmudica dall'opera di Kafka, si ha come risultato la prosa di Walser. Capolavoro di nitore assoluto, essa concentra e non disintrica alcuni nodi fondamentali della cultura letteraria europea, dal rapporto tra i soggetti alla presenza del mondo nel cuore della scrittura. Le sue parabole, paradossali ed enigmatiche, fanno leva su una sospensione totale del giudizio e dell'assenso. I suoi personaggi sono fantasmi idioti che si muovono in luoghi che è impossibile definire allegorici, ma che lo sembrano, anche se manca l'anello che chiude la catena metaforica e determina l'acquisizione di un significato. Esemplificativo il caso dell'Istituto Benjamenta, dove Jakob von Gunten apprende le tecnica "di fare niente" e dove gli insegnanti "non si sa se dormano o siano morti". Precipitati in questo vortice metafisico, gli strambi burattini creati da Walser mantengono una coerenza che ha più del patologico che del morale e che rasenta l'abiezione assoluta e invalicabile, come se lo scrittore svizzero avesse identificato i destini di ogni pulsione di morte e li avesse condotti oltre ogni possibile morte, in uno spazio di attonita riacquisizione del mondo e della lingua, quasi che il Giudizio Divino fosse già stato pronunciato, e per sempre.

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