Il Corriere della sera, in data 18 aprile 2002, pubblica un articolo a firma Paolo Di Stefano su una presunta polemica nata intorno all'ultimo romanzo di Tommaso Pincio, Un amore dell'altro mondo. Sembrandoci la parata di giudizi critici e la recensione al libro (autore ne è Franco Cordelli) uno dei punti più bassi raggiunti dalla società letteraria italiana da vent'anni a oggi, prendiamo decisamente e inutilmente posizione: contro il giornalismo culturale, i brandelli di intellighenzia e accademia, la critica nazionale; e a favore di una letteratura nascente, di cui Tommaso Pincio è uno dei più importanti protagonisti. Dedicheremo uno speciale al romanzo di Pincio, insieme all'altra importante novità della nostra narrativa, Black Flag, il nuovo libro di Valerio Evangelisti. Nel frattempo, come si faceva tanti tanti anni fa, scagliamo l'anatema per mezzo di un corsivo aleatorio ma arrabbiato.
In difesa della letteratura.
In difesa di Tommaso Pincio.
di Giuseppe Genna
Allegoria di una morte presunta
Da vent'anni viviamo un funerale. C'è il morto, seguito con cordoglio a volte pietoso e altre ipocrita da un corteo funebre affollatissimo, tra cui si confondono, algidi in marsina, liquidatori e curatori fallimentari, giornalisti che tessono necrologi per professione e loschi figuri che accolgono neonati con obitoriali auguri. Da vent'anni questo funerale attraversa la Città, paralizza il traffico, strema chiunque voglia passare, avvilisce i presenti e gli assenti e, infine, irrita persino il cadavere, desideroso di sepoltura. C'è da irritarsi, rovesciando l'umana comprensione (o incomprensione) del lutto in aggressiva irritazione prima, e in asfisiata senescenza poi. Gli automobilisti dapprima hanno atteso che il corteo transitasse; poi, incazzati, hanno iniziato a strombazzare; quindi la batteria si è scaricata, il clacson si è ridotto a flebile lamento; infine gli stessi autisti, imprigionati nei propri veicoli, si sono praticamente mummificati. L'ingorgo è risultato enorme, sconcertante; poi abituale; nessuno, ora, sembra più accorgersi che è un corteo funebre ad arrestare il traffico e la vita della Grande Metropoli. Il caro estinto, non avendo ricevuto sepoltura, non si è decomposto migrando da una forma di polvere a un'altra per rinascere in nuovi germogli, in metamorfiche trasformazioni di sé. Ci si trascina, si assiste al congelamento del tempo, alla giubilazione dell'epifania, al glaciale celibato di un'eternità sempreguale, orizzontalissima, che sembra non trascendersi più.
Il morto è la letteratura. I partecipanti al corteo funebre sono l'Accademia e la Società letteraria. Gli autisti sono i nuovi intellettuali, densi di autenticità e capaci di dramma. La Grande Metropoli siamo tutti noi.
La pagina dei necrologi sul Corriere
Si stenta a credere che un evento raggiunga il proprio apice a vent'anni dal principio. Però qui non si tratta di una morte individuale e nemmeno dello sviluppo di un'era geologica. La morte della letteratura italiana non è un fatto cronologico e neppure un accadimento eonico. È una dipartita nebulosa, atmosferica, interstiziale, nazionale e transnazionale, emblematica e anche storica. Evento che pure risulta epocale, viene certificato in cronaca da un quotidiano: in questo caso, il Corriere della sera. Incaricato del coccodrillo è Paolo Di Stefano, non a caso essendo egli al tempo stesso giornalista e scrittore in proprio. Avviene che Di Stefano lanci un sasso: lo stagno dapprima rabbrividisce, poi rigurgita onde a bassa intensità - credendo lo stagno medesimo di essere un oceano e di scatenare uno tsunami. Il sasso: il nuovo libro di Tommaso Pincio, Un amore dell'altro mondo. Lo stagno: la giovane critica italiana, con tanto di patente concessa da quella vecchia. Le onde nello stagno: Bruno Pischedda [nella foto a fianco], Emanuele Trevi, Raffaele Manica, tale Gabriele Pedullà, Andrea Cortellessa. Il supposto boato di simili ondate rovescia sulla battigia alghe intricate e marce. È la certificazione della fine.
Le reazioni dei giovani critici si distinguono non per competenza (a parte questo Pedullà che non si sa da dove venga - ma lo si sospetta -, tutti i critici chiamati in causa sono molto competenti), bensì per partecipazione e strategia emotiva, apertura di visuale e coraggio del futuro. Se Emanuele Trevi, come spesso gli capita, non prende posizione pur avendo una tracimante autorevolezza per farlo, Bruno Pischedda lancia astiose e generiche accuse trasudanti una vergognosa spocchia e un'ansia classificatoria: da tempo conosciamo questi vizi, non solo italiani, che hanno condotto a morte prima la letteratura, poi la critica, quindi l'editoria, infine direttamente la cultura di un Paese.
L'universo finisce con un sibilo di nome Pischedda
Bruno Pischedda è uno scrittore di sinistra che ha steso un bel non-romanzo sul governo berlusconiano del '94, non ne ha steso uno sul governo ulivista successivo, non ha più scritto nulla da quando Berlusconi si è autoproiettato sugli scranni istituzionali l'anno scorso. È un intellettuale che supera i quarant'anni e che, in linea con l'andamento anagrafico e sociale, viene tuttora definito "giovane". Si è studiato annate e annate de L'Unità, ricavandone una tesi sulla cultura italiana novecentesca. Ha lavorato nella gloriosa redazione di Linea d'Ombra. Accusa un'inesplicabile nostalgia per l'accademia universitaria: inesplicabile perché non ne ha mai fatto parte e perché non c'è motivo, oggi, di desiderare di farne parte. Non si conoscono bene le sue inclinazioni poetiche: forse attengono al neorealismo. Nonostante questo curriculum, Pischedda ha l'autorevolezza per porre la ceralacca sul testamento della letteratura italiana: "Per Pincio si è mossa una critica in prevalenza mediogiovane, o appena postgiovane, che se non altro ha apprezzato l'intento. E ha voluto vedere nel suo libro cose che in fin dei conti non ci sono. Il punk che ne esce ha caratteri reazionari, di resistenza passatista, mentre era un movimento apocalittico. Vada pure per l'Enciclopedia fantastica, o delirante, a base di motel, coca-pepsi, Twin Peaks e Star Trek, ma quello che davvero non torna è la noia, la lentezza vuota delle scene, lo psicologismo dilagante". La dilagante psicologia di Pischedda non si arresta: compie una fenomenologia della critica letteraria che, immediatamente, diviene un affondo spietato nei confronti della letteratura stessa: "Mi pare - continua Pischedda - che si possano indicare tre linee: chi è sfiduciato rispetto alle possibilità della narrativa e punta sul saggismo e sulla non-fiction, magari sulla falsariga di Berardinelli; chi inclina all’écriture, viscerale o metafisica, e fa di Moresco un campione e prende abbagli come nel caso di Pincio; e chi (mi sentirei più a mio agio tra questi) continua a pensare in termini di romanzesco, di mondi narrati, ma non solo in giallo-noir, qui è il punto, non solo in senso storiografico". Precisazioni inutili, stravaganti, patafisiche? No. Nessuno ce l'ha con il povero Pischedda. La verità, supposto che esista, non ha bisogno di banditori. Il problema è un altro. Il problema è il tempo: il nostro.
L'assalto dei cloni
Il problema è che Pischedda è un clone perché il nostro è il tempo dei cloni. L'invecchiamento è un processo naturale. L'Alzheimer non lo è del tutto. Viviamo un tempo che non solo è vecchio: ha l'Alzheimer. Un conto è vedere le cose con il coraggio di sapere che sono geneticamente inscritte nel cerchio della proiezione. Un altro conto è identificarsi con le proprie proiezioni: in questo caso, i sogni assaltano e occupano il ruolo della realtà. Questo dramma onirico, che sostituisce il mondo con una fantasia malata, è il problema del nostro tempo, della nostra letteratura, della nostra critica. Prede di una traslazione, metaforizzate dopo avere teorizzato il teorizzabile sulla metafora, trasportate in àmbito artificiale: questo il destino attuale delle forze sismiche che costituiscono il mondo. A pioggia discende, da quest'uragano apocalittico (ogni tempo, non solo il nostro, ma anche il nostro, è apocalittico), la capacità di dilatare il sogno a limiti talmente divaricati che il sogno copre il mondo - diviene il mondo. Non soltanto il mondo diviene un sogno, ma anche risulta impossibile sognare.
Che cos'è il sogno che diventa mondo? Non è la fantasia al potere. Non è la spiritualizzazione della materia. Non è l'euforizzazione del reale. Invece è una teologia negativa che si afferma. Impossibile vedere, in questa nebbiolina acquea e vaporosa, ma anche impossibile accorgersi dell'ubiquità di questa pellicola atmosferica che filtra ogni percezione. Questa semivita ormai automatica, questa ripetizione meccanica di atti supposti autentici (e supposti anche coraggiosi impegnati e veritieri), questo inveramento del falso molto concreto e quasi banale è il sibilo con cui l'impero finisce, è il singhiozzo che strozza la letteratura, è il Pischedda in cui inciampa mortalmente Victor Hugo. Cloni e cloni dei cloni (due nomi indicativi: Cordelli e Colasanti che è la versione 2.0 di Cordelli) occupano la scena: il che significa che non c'è più la scena, non ci sono più personaggi, c'è un vuoto fatto di pieno apparente. La morte parla, e lo fa indefinitamente. Presi da questo cattivo infinito, coloro che sono deputati ad avvertirci dell'imminenza dell'abisso sono già nell'abisso: morte dello scrittore, del critico, dell'intellettuale. Abissale potenza dell'abisso. Equivoci che danno vita a equivoci, una catena di bisbigli pericolosi e fuorvianti nell'assenza di pericolo e di via: questo passaparola balbettante raggiunge il proprio culmine emblematico (che presto sarà collettivo, se già non lo è) nell'occupare la mente e il linguaggio di chi sta nella letteratura.
L'assalto dei cloni alla cittadella dell'umano è già in atto.
L'Aventino è il Pincio
La salvezza, essendo una variabile di ogni apocalisse, è garantita. L'esilio dell'umano è un luogo, anche quando non esistono più luoghi. Questo luogo, oggi, è il Pincio. È Tommaso Pincio. Non è un luogo deserto: Evangelisti, Moresco, Scarpa presidiano con Pincio la zona umanista in cui si è rattrappita la letteratura italiana (un'Italia, sia chiaro, emblematica, allegorica: punta avanzata di un movimento di conversione planetaria). Questa cerchia garantisce un passaggio a vantaggio di chiunque cerchi di sottrarsi alla nebbia che filtra la lettura, alla falsa vita che obnubila la vita (le parole dei critici intervistati dal Corriere sono espressioni climatiche di questa temperie di veleni e agonia). Non è il caso di parlare concretamente dei nuovi libri di Pincio ed Evangelisti, poiché saranno al centro di uno speciale di imminente pubblicazione. Però qualche precisazione bisogna farla, soprattutto su Pincio, che è nel mirino di Pischedda e dei suoi ben più zuccherini compagni di strada.
Il libro di Pincio è il racconto di un funerale: è, precisamente, la narrazione del funerale allegorico a cui si è accennato in apertura. La letteratura è morta. Quale letteratura è morta? Tutta. Tutta la letteratura sta nella specola attraverso cui ogni tempo guarda alla totalità del corpo letterario. Il libro di Pincio racconta di come noi guardiamo, da questo nostro tempo, al corpo della letteratura tutta: guardiamo e intravvediamo un cadavere. Il romanzo di formazione, lo strascico psicologista, persino il realismo che figlia (per mediazioni equivoche) l'iperrealismo e il surrealismo - tutto questo è morto. Chi parla non esiste. In Italia era stato Zanzotto, con la folgorazione de La Beltà, a dare forma a un simile slittamento. La narrativa, a cui lavorano personaggi di ben minore profondità di Andrea Zanzotto, non aveva ancora espresso la forma ultimativa del cardiogramma piatto ora disegnato dall'ago di Pincio. Beninteso: Un amore dell'altro mondo non segue assolutamente la maniera della rappresentazione narrativa del soggetto alienante e del mondo alienato. Non è questo il punto. Il punto è che Pincio, sul serio, concretamente, sensibilmente, vede e racconta la totalità di un mondo, dando l'impressione, altrettanto seria e concreta e sensibile, di essere fuori da questo mondo. Fuori in che modo? In un modo vuoto e cosciente: vadano i critici a recuperare i passi in cui Pincio accenna alle dottrine sanscrite del non-dualismo in questo suo ultimo romanzo e nel precedente, Lo spazio sfinito.
Non sarà mica un metafisico, questo Pincio? In un simile sospetto si gioca l'integrale misunderstanding in cui incappa la critica, non solo nei confronti di Tommaso Pincio ma della letteratura che viene. L'incomprensione in cui cade chi non deve cadere nell'incomprensione: spiritualismo contro mondanità, non letterario contro letterario, anima contro corpo, negazione contro asserzione. Il romanzo di Pincio è esattamente questo snodo: la letteratura che evoca e pratica allo stesso tempo l'indifferenza assoluta tra spiritualismo radicale e materialismo assoluto. Seguiamo la vita di un fantasma più vero del corpo e di un corpo più fantasmatico dello spettro. Leggiamo di una formazione fuori dal tempo. Percorriamo gli snodi di una psicologia senza psiche. Fumetti, Coca Cola, Drug'n'rock, Star Trek? Tutte cazzate in cui capitombola chi, di Pincio, non ha capito nulla: Pincio parla dei film come di "filmati", le soap opera diventano "saghe famigliari", l'eroina si chiama "sistema" - ignora il pop. La vera verità è che Pincio sta lavorando a una letteratura talmente nuova da risultare aliena. Ciò che è alieno istantantaneamente ci aliena: non ne percepiamo le ragioni quintessenziali, le meccaniche, le intenzionalità. Pincio è l'alieno; i suoi critici (che lo imbrodino o lo contestino) sono gli alienati.
Chiusura in forma di lunghissimo koan
Quarant'anni or sono c'era a Saint-Malo un vicolo detto Coutanchez. Ora non esiste più, perché è stato compreso nel piano di sventramento.
Era una doppia fila di edifici di legno inclinati gli uni verso gli altri, che lasciavano tra loro abbastanza spazio per un ruscello, chiamato via. Vi si camminava a gambe larghe per non guazzare nell'acqua e urtando con la testa o i gomiti contro le case di destra e di sinistra. Quelle vecchie baracche del medioevo normanno appaiono con profili quasi umani. Da una catapecchia a una strega, la distanza è poca. I loro piani rientranti, i loro strapiombi, le imposte ad angoli e i loro grovigli di ferramenta, sembrano labbra, menti, nasi e sopracciglia. L'abbaino è l'occhio, guercio. La guancia è la muraglia, rugosa e bitorzoluta. Quelle case si toccano con le fronti, quasi complottassero qualche brutto tiro. A quell'architettura si collegano queste parole dell'antica civiltà: scannatoio, sgozzatoio, strangolatoio.
Una delle case del vicolo Coutanchez, la più grande, la più famosa o più malfamata, si chiamava la Jacressarde.
La Jacressarde era l'alloggio dei senza-tetto. In tutte le città, e specialmente nei porti di mare, al disotto della popolazione, esistono dei rimasugli. Vagabondi a tal segno che spesso perfino la giustizia non riesce a saper nulla di loro; schiumatori di avventure, cacciatori d'espedienti, chimici della specie degli scrocconi che rimettono sempre la loro vita nel crogiolo, tutte le forme di cenci e tutte le maniere di portarli, i frutti secchi dell'improbità, le esistenze in bancarotta, le coscienze che hanno "puntato i pagamenti", quelli che non sono riusciti in una scalata o nello scassinamento di una serratura (poiché i grandi autori di scassi si librano sulle ali e rimangono in alto), gli operai e le operaie del male, i birboni e le birbone, gli scrupoli lacerati, i gomiti rotti, i delinquenti finiti nell'indigenza, i cattivi mal ricompensati, i vinti nel duello sociale, gli affamati che furono divoratori, i piccoli commercianti del delitto, i pezzenti nel duplice e miserevole senso della parola. Ecco quella gente. L'intelligenza umana è là, fatta bestiale. E' l'immondezzaio delle anime. Si ammucchia in un angolo, dove, di tanto in tanto, passa quel colpo di scopa che si chiama una visita della polizia. A Saint-Malo, la Jacressarde era quell'angolo.
In tali rifugi non si trovano i grandi delinquenti, i banditi, i barattieri, i prodotti scelti dell'ignoranza e della miseria. L'assassinio vi è rappresentato soltanto, forse, da qualche ubriaco brutale; il furbo non oltrepassa il borseggio. E' più lo sputo della società che il suo vomito. Il malandrino, sì; il brigante, no. Tuttavia, non ci sarebbe da fidarsi. Quell'ultimo strato della bohême può contenere estreme scelleratezze. Una volta, gettando le reti sull'Epi-scié, che era a Parigi ciò che la Jacressarde era a Saint-Malo, la polizia acciuffò Lacenaire.
Quei covi accolgono tutto. La caduta è un livellamento. Talvolta l'onestà ridotta alla miseria precipita là dentro. La virtù e la probità hanno delle avventure: ciò è accaduto più di una volta. Non bisogna, di colpo, stimare i Louvre, né disprezzare gli ergastoli. Sia il pubblico rispetto, sia la pubblica riprovazione, devono essere sfrondati. Avvengono di queste sorprese: un angelo in un lupanare, una perla in un letamaio: tale scoperta, cupa e abbagliante al tempo stesso, è possibile.
Più che una casa, la Jacressarde era un cortile; e più che un cortile era un pozzo. Non aveva locali che dessero sulla strada. Un alto muro in cui si apriva una porta bassissima era la sua facciata. Si tirava il catenaccio, si spingeva l'uscio e si era in un cortile, al cui centro si scorgeva un foro tondo, circondato da un orlo di pietra a livello del suolo: un pozzo. Il cortile era piccolo, il pozzo era grande, e un lastricato sconnesso inquadrava il suo orifizio. Il cortile quadrato aveva costruzioni da tre lati; da quello della strada, niente; ma, di fronte alla porta, a destra e a sinistra, c'erano abitazioni.
Chi, a notte, entrava là dentro, non senza rischi personali, udiva come un rumore di respiri confusi e, se c'era abbastanza lume di luna o di stelle, per far distinguere le forme dalle linee oscure che si avevano sotto gli occhi, ecco che cosa si poteva vedere.
Il cortile; il pozzo; intorno al cortile, di faccia alla porta, una tettoia dalla forma di un ferro di cavallo a linee rette; una galleria tarlata, aperta da ogni lato, col soffitto di travicelli, sorretta da pilastri di pietra disugualmente distanti. Attorno al pozzo, sopra uno strato di paglia, e disposte in circolo come una corona, suole di scarpe dritte, scalcagnate, pollici uscenti da buchi e numerosi talloni nudi; pieni di uomini, di donne e di fanciulli.
Al di là di essi, spingendo lo sguardo nella penombra della tettoia, si potevano distinguere corpi, forme, teste assopite, dormienti abbandonati, cenci d'ambo i sessi, una promiscuità nel mezzo di un letamaio, un indefinibile e sinistro giacimento umano. Quella camera da letto era di tutti. Si pagavano due soldi ogni settimana. I piedi toccavano il pozzo. Nelle notti di pioggia, l'acqua scendeva su quei piedi; nelle notti d'inverno, nevicava su quei corpi.
Che cos'erano quegli esseri? Gli ignoti. Si recavano lì la sera; andavano via la mattina. L'ordine sociale è complicato da quelle larve. Alcuni penetravano di soppiatto per una notte e non la pagavano. La maggioranza di essi non aveva mangiato nulla in tutta la giornata. Tutti i vizi, tutte le abiezioni, tutte le infezioni, tutte le angosce; il medesimo sonno di abbattimento nel medesimo letto di fango.
I sonni di tutte quelle anime si facevano buona compagnia. Funebre posto di ritrovo, nel quale si agitavano e si amalgamavano nello stesso miasma le stanchezze, gli sfinimenti, le ubriachezze smaltite, le peregrinazioni di un'intera giornata senza un tozzo di pane e senza un pensiero buono; lividori dalle palpebre chiuse, rimorsi, desideri invidiosi, capigliature lorde di immondizie, volti contrassegnati dallo sguardo della morte, e, forse, baci di bocche tenebrose. Una tale putredine umana fermentava in quel covo. I miserabili erano lanciati su quel giaciglio dalla fatalità, dal viaggio, dal bastimento arrivato il giorno prima, da un'uscita dal carcere, dal caso e dalla notte. Il destino vuotava colà, ogni giorno, la sua gerla. Entrava chi voleva, dormiva chi poteva, parlava chi ardiva, perché era luogo di bisbigli. Si affrettavano a mescolarsi; si sforzavano di dimenticare se stessi nel sonno, non potendo disperdersi nell'ombra. Rapivano alla morte quanto più potevano. Chiudevano gli occhi in quell'agonia alla rinfusa che ricominciava ogni sera. Da dove uscivano? Dalla società, perché erano la miseria. Dall'onda, perché erano la schiuma.
Non trovava paglia chiunque l'avesse voluta. Parecchie nudità si trascinavano sul lastrico; si coricavano spossate, si destavano anchilosate. Il pozzo privo di parapetto e di coperchio, sempre spalancato, era profondo trenta piedi. La pioggia vi cadeva, vi trapelavano le immondizie, vi filtravano tutti gli scoli del cortile. Accanto c'era la secchia per tirar su l'acqua. Chi aveva sete vi beveva; chi era disperato vi si annegava. Dal sonno sul letame si scivolava in quell'altro sonno.
Nel 1819 fu tratto da quel pozzo il cadavere di un ragazzo di quattordici anni. Per non correre rischi in quel casolare, bisognava essere "della classe". I "laici" erano mal visti. Si conoscevano tra loro, quegli esseri? No. Si fiutavano. La padrona di casa era una donna giovane, abbastanza bella, con in testa una cuffia adorna di nastri. Si lavava, a volte, il viso con l'acqua del pozzo e aveva una gamba di legno. Appena spuntava l'alba, il cortile si vuotava. I frequentatori sparivano. C'erano, nella corte, un gallo e alcune galline che razzolavano tutto il giorno nel letamaio. La corte era attraversata da una trave orizzontale sostenuta da pali, specie di patibolo, non troppo fuori di luogo in un posto simile.
Spesso, nelle giornate che seguivano a sere piovose, si vedeva, messo ad asciugare su quella trave, un abito di seta fradicio e inzaccherato, che apparteneva alla donna dalla gamba di legno.
Al di sopra della tettoia, e come questa inquadrante il cortile, c'era un piano e, più sù, una soffitta. Una scala di legno marcito, che attraversava la tettoia, conduceva lassù: scala malferma e dondolante, salita rumorosamente dalla donna che barcollava.
Gli inquilini di passaggio, per una settimana o per una notte, abitavano il cortile; gli inquilini fissi abitavano la casa.
Finestre prive di vetri, intelaiature senza usci, caminetti senza focolare: ecco la casa.
Si andava da una stanza all'altra, indifferentemente, attraverso un foro rettangolare che era stato la porta, oppure per un'apertura triangolare che era l'intervallo fra i travicelli delle tramezze. I calcinacci caduti ingombravano il pavimento. Non si sapeva come facesse la casa a rimanere in piedi. Il vento la scuoteva. Si andava su alla meglio per i gradini sdrucciolevoli e consumati della scala; tutto era aperto. L'inverno entrava nella casupola come l'acqua in una spugna. L'abbondanza dei ragni rassicurava, in certo modo, contro un immediato pericolo di rovina. Non c'era alcun mobile. Due o tre pagliericci in qualche angolo, semi-sventrati e che facevano vedere più cenere che paglia. Qua e là una brocca e un catino per vari usi. Un tanfo lieve e schifoso. Dalle finestre si poteva guardare nel cortile. Quella vista rassomigliava al di sopra di una carretta di fanghiglia. Le cose – senza contare le persone – che imputridivano, arrugginivano, ammuffivano là, erano indescrivibili. I rimasugli che vi marcivano erano fraternamente uniti; cadevano dai corpi. I cenci erano disseminati sui ruderi.
Oltre alla sua popolazione avventizia, raccolta nel cortile, la Jacressarde aveva tre inquilini: un carbonaio, un cenciaiolo e un fabbricante d'oro. Il carbonaio e il cenciaiolo occupavano due pagliericci del primo piano; il fabbricante d'oro, chimico, alloggiava nella soffitta, la quale, non si sa perché, era chiamata "la topaia". Non si sapeva in quale cantuccio abitasse la donna. Il fabbricante d'oro era anche un pochino poeta. Occupava, sotto i tetti, una stanza con un'angusta, piccola finestra e un grande camino di pietra: baratro nel quale il vento si ingolfava ruggendo. Poiché la piccola finestra dell'abbaino non aveva telaio, egli vi aveva inchiodato un pezzo di lamiera proveniente da una falla di bastimento. Quella lamiera lasciava passare poca luce e molto freddo. Il carbonaio dava come compenso, di tanto in tanto, una balla di carbone, il cenciaiolo uno staio di grano la settimana per le galline; il fabbricante d'oro non pagava: e, intanto, bruciava la casa. Aveva portato via il poco legno che c'era e, spesso, cavava dal muro o dal tetto un'assicella allo scopo di far bollire la sua pentola per l'oro. Sul tramezzo, al di sopra del giaciglio del cenciaiolo, si vedevano due colonne di numeri tracciati col gesso dallo stesso cenciaiolo, settimana per settimana, una colonna di tre e una di cinque, a seconda che lo staio di grano fosse costato tre o cinque centesimi. La pentola da oro del "chimico" era una vecchia bomba rotta, da lui promossa caldaia, nella quale combinava i suoi ingredienti. La trasmutazione lo assorbiva. Talvolta ne parlava, in cortile, ai pezzenti che ne ridevano. «Quella gente è piena di pregiudizi» egli si contentava di dire. Era deciso a non morire prima di aver collocato la pietra filosofale sotto i vetri della scienza. Il suo fornello divorava molta legna: la ringhiera della scala era stata consumata tutta: l'intera casa vi passava, a fuoco lento. L'albergatrice gli diceva: «Non mi lascerete altro che il guscio», e lui la disarmava facendole dei versi.
Questa era la Jacressarde.
Un ragazzo, o forse un nano, che poteva avere dodici come sessant'anni, gozzuto, sempre con una scopa in mano, era il servitore.
I frequentatori abituali entravano dalla porta del cortile; il pubblico entrava dalla "bottega".
Che cos'era la bottega?
L'alto muro che costituiva la facciata sulla strada era forato, a destra dell'ingresso della corte, da un'apertura quadrata, porta e finestra al tempo stesso, con imposta e intelaiatura, unica imposta che avesse cardini e chiavistelli, unica intelaiatura che avesse vetri. Dietro quella specie di vetrina c'era una stanzetta fatta con uno scompartimento tolto alla tettoia-dormitorio. Sulla porta di strada si leggeva la seguente scritta, a carbone: "Qui si vendono curiosità". La parola era già in uso fin da allora. Su tre assi, applicate a forma di scaffali all'invetriata, erano alcuni vasi di terracotta privi di manici, un parasole cinese che sembrava un budello, con figure, stracciato qua e là e che non si poteva né chiudere, né aprire; coperchi informi di ferro o di terracotta; cappelli da uomo o da donna sfondati; tre o quattro conchiglie; pacchetti di vecchi bottoni d'osso e di rame; una tabacchiera col ritratto di Maria Antonietta e un volume scompagnato dell'algebra di Boisbertrand: ecco la "bottega". Quell'assortimento costituiva le "curiosità". La bottega, per mezzo di una porta interna, comunicava col cortile dov'era il pozzo. In essa si vedevano una tavola e una panchina. La donna dalla gamba di legno era la venditrice al banco.
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