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  EMILY DICKINSON

Poesie
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Dickinson [709]

L’alba corre per entrambi —
l’est — il suo convegno purpureo
mantiene con la collina —
il mezzodì svolge il suo blu
finché una sola ampiezza
copre due — remotissimi —

né la notte dimentica
di accendere — una lampada per ciascuno
su lucignoli lontanissimi —
il nord — il suo segno ardente
innalza nello iodio —
finché entrambi — possono vederlo —

le braccia tenebrose della mezzanotte
stringono emisferi, e case
e così
uno — sul suo petto
e una sul suo orlo —
entrambi dormono —


[712]

Poiché non potevo fermarmi per la morte
essa gentile si fermò per me —
la carrozza conteneva solo noi due —
e l’immortalità.

Viaggiammo lenti — lei non aveva fretta
e io avevo messo da parte
il lavoro, e il riposo anche,
per la sua cortesia —

Passammo la scuola, dove bambini correvano
in cerchio — in ricreazione —
passammo i campi di grano attonito —
passammo il sole al tramonto —

o piuttosto — esso passò noi —
le rugiade scesero con un brivido gelido —
poiché era solo garza — la mia gonna —
lo scialle — solo tulle —

Sostammo davanti a una casa che sembrava
un rigonfiamento nel terreno —
il tetto era appena visibile —
il cornicione — nel terreno —

Da allora — sono secoli — e tuttavia
sembra più breve del giorno
in cui prima sospettai che le teste dei cavalli
fossero verso l’eterno —


[713]

Fama da me stessa, se giustifico,
ogni altro plauso sarebbe
superfluo — un incenso
senza necessità —

Fama da me stessa, mancare — anche se
il mio nome fosse altrove supremo —
sarebbe un onore disonorato —
un diadema futile —

 
[721]

Dietro me — strapiomba l’eternità —
davanti a me — l’immortalità —
io stessa — il termine in mezzo —
la morte solo il grigio che sopraggiunge dall’est,
e nell’aurora si dissolve e scompare,
prima che l’ovest si apra —

C’è un regno — dopo — dicono —
in perfetta — ininterrotta monarchia —
il cui principe — di nessuno è figlio —
lui stesso — la sua imperitura dinastia —
lui stesso — se stesso diversifica —
in divina replica —

Perciò — vi è miracolo davanti a me —
e miracolo dietro — in mezzo —
un crescente della luna nel mare —
con mezzanotte a nord di essa —
e mezzanotte a sud di essa —
e nell’aria — un uragano —

 
[722]

Dolci monti — voi non mi dite bugie —
mai mi respingete — mai fuggite —
quegli stessi occhi immutati
volgono su di me — quando fallisco — o fingo,
o pronuncio invano i nomi regali —
il loro lento — lontano — sguardo violetto —

Mie forti madonne — abbiate cara
la monaca incostante — sotto la collina —
la cui vocazione — è a voi dedicata —
la cui ultima devozione — quando il giorno
impallidisce nel firmamento —
è alzare la fronte a voi —

 
[724]

È facile inventare una vita —
Dio lo fa — ogni giorno —
la creazione — solo il divertimento —
della sua autorità —

È facile cancellarla —
la divinità parsimoniosa
difficilmente concederebbe l’eternità
alla spontaneità —

Le forme estinte mormorano —
ma il suo piano imperturbabile
procede — qua inserendo — un sole —
là — eliminando un uomo —
 
 
[725]

Dove tu sei — è casa —
Kashmir — o Calvario — eguale —
premio — o vergogna —
non bado al nome del luogo —
purché io ci possa andare —

Quel che tu fai — è diletto —
ceppo quanto gioco — dolce —
la prigionia — contentezza —
e la sentenza — sacramento —
se solo noi due — stiamo insieme —

Dove tu non sei — è dolore —
anche se bande di spezie — volano —
Quel che tu non fai — disperazione —
anche se Gabriele — mi loda — signore —
 
 
[732]

Essa si mostrò all’altezza delle richieste di lui —
depose i giocattoli della sua vita
per assumere l’onorevole lavoro
di donna, e di moglie —

se qualcosa le mancò nel nuovo giorno,
di ampiezza, o stupore —
o prima aspettativa — e se l’oro
nell’uso si offuscò,

la cosa rimase non detta — il mare
sviluppa perla, o alga,
ma solo a lui — sono note
le profondità dove stanno —

[736]

Ha qualcuno come me
investigando marzo
scoperto sul monte case nuove —
e forse una chiesa —

che non c’erano, siamo certi —
poco fa con la neve —
e sono oggi — quant’è vero che esistiamo —
ma questo come può essere?

Ha qualcuno come me
fantasticato chi siano
gli abitanti delle case —
così attaccate al cielo —

che sembra Dio debba essere
il vicino più prossimo —
e il cielo — comoda grazia
per dar spettacolo, o compagnia —

Ha qualcuno come me
badato a preservare l’incanto
evitando accuratamente quel posto
in ogni stagione dell’anno,

tranne marzo — è allora
che i miei villaggi si rivelano —
e forse un campanile —
e poi mai più — agli uomini —
 
 
[741]

L’espressione drammatica più vitale è il giorno qualunque
che sorge e tramonta intorno a noi —
altre tragedie
periscono nel recitare —
questa — i migliori rappresentano
quando il pubblico si è disperso
e i palchi sono chiusi —

Amleto a se stesso sarebbe Amleto —
non avesse scritto Shakespeare —
Anche se Romeo non desse notizia
della sua Giulietta,

sarebbe recitato infinitamente
dentro il cuore dell’uomo —
l’unico teatro conosciuto
che il padrone non può chiudere —
 
 
[742]

Quattro alberi — su un campo solitario —
senza disegno
o ordine, o azione apparente —
rimangono —

il sole — di mattina li incontra —
e il vento —
vicino più prossimo — non hanno —
che Dio —

Il campo dà loro — spazio —
essi — a lui — attenzione di viandante —
di ombra, forse di scoiattolo —
o ragazzo —

Quale la loro azione nella natura complessiva —
quale piano
essi individualmente ritardino — o compiano —
ignoto —

[747]

Cadde tanto in basso — nella mia considerazione
che lo udii battere in terra —
e andare a pezzi sulle pietre
in fondo alla mia mente —

ma rimproverai la sorte che lo abbatté — meno
di quanto denunciai me stessa,
per aver tenuto oggetti placcati
sulla mensola degli argenti —
 
 
[749]

Tutto, salvo la morte, può essere aggiustato —
dinastie riparate —
sistemi — ricondotti nel loro solco —
cittadelle — dissolte —

rovine di vite — seminate di colori
da primavere successive —
la morte — a se stessa — eccezione
da mutamento è esente —
 
 
[754]

La mia vita era rimasta — un fucile carico —
negli angoli — finché un giorno
il proprietario passò — identificò —
e mi portò con sé —

e ora vaghiamo per boschi sovrani —
e ora cacciamo la cerva —
e ogni volta che parlo per lui —
le montagne rispondono pronte —

e se sorrido, luce così cordiale
brilla sulla vallata —
è come se un viso vesuviano
manifestasse piacere —

e quando di notte — dopo la buona giornata —
proteggo la testa del mio padrone —
è meglio che avere condiviso
un profondo guanciale di piume —

Al nemico di lui — sono mortale nemica —
nessuno fa mai un’altra mossa —
se lo fisso con un occhio giallo —
o un pollice imperioso —

Per quanto io più a lungo di lui — possa vivere —
egli deve vivere più a lungo — di me —
poiché ho solo il potere di uccidere,
senza — la capacità di morire —
 
 
[756]

Una benedizione ebbi, di tutte le altre
tanto maggiore ai miei occhi
che smisi di misurare — soddisfatta
di questa grandezza incantata —

era il limite del mio sogno —
il fine della mia preghiera —
una gioia perfetta — paralizzante —
appagata come la disperazione —

Non seppi più mancanza — o freddo —
entrambi divenuti fantasmi
per questo nuovo valore nell’anima —
suprema somma terrestre —

Il cielo in basso il cielo in alto —
oscurò con un blu più acceso —
le latitudini della terra si piegarono — dal peso —
il giudizio perì — anch’esso —

Perché la felicità tanto lesini —
perché il paradiso sia differito —
perché le maree ci siano offerte — a tazzine —
su questo non speculo più —
 
 
[764]

Il presentimento — è quell’ombra lunga — sul prato —
segno che i soli tramontano —

avvertimento all’erba spaventata
che l’oscurità — sopraggiunge —
 
 
[768]

Quando sperai, ricordo
giusto il posto dov’ero —
una finestra verso occidente —
l’aria più tagliente — era buona —

nessun nevischio — poteva mordermi —
nessun gelo raffreddarmi —
la speranza mi teneva calda —
non uno scialle Merino —
Quando temetti — ricordo
giusto il giorno che fu —
i mondi si stendevano al sole —
ma la natura era gelo —

ghiaccioli freddi e blu —
mi pungevano l’anima —
gli uccelli cantavano lodi dovunque —
solo io — ero muta —

E il giorno che disperai —
questo — se lo dimentico
la natura dimenticherà che è notte
dopo che scende il sole —
il buio intersecherà il suo viso
e le spegnerà gli occhi —
la natura esiterà — prima
che la memoria e me —
 
 
[782]

C’è un piacere arido —
diverso dalla gioia —
quanto il gelo dalla rugiada —
elementi simili —

eppure uno — diletta i fiori —
e l’altro — i fiori aborrono —
il miele migliore — cagliato —
non vale nulla — all’ape —

 
[788]

Gioia aver meritato il dolore —
per meritare il sollievo —
gioia essere periti a ogni passo —
per abbracciare il paradiso —

grazia — guardare il tuo volto —
con questi occhi antiquati —
meglio di quanto potrebbero — dei nuovi —
per quanto acquistati in paradiso —

perché ti hanno guardato in passato —
e tu li hai guardati —
attestatemi — testimoni castani —
che i tratti siano immutati —

Così rapido eri, presente —
così infinito — nello scomparire —
l’apparizione di un oriente —
rinviata dal mattino —

L’altezza la ricordo —
era pari alle colline —
la profondità mi s’incise nell’anima —
come le alluvioni — su una ruota bianca —

per turbarmi — finché il tempo
abbia deposto l’ultima decade,
e turbandomi farsi attuale — per durare
almeno — un’eternità —
 
 
[792]

Attraverso l’angusto passo della sofferenza —
i martiri — calmi — andarono.
I piedi — sulla tentazione
i volti — sul loro Dio —

Uno stuolo solenne — santo —
intorno cui la convulsione — balenava —
innocua — come scia di meteore —
sull’orbita di un pianeta —

La loro fede — il sempiterno patto —
la loro aspettativa — serena —
così l’ago — al nord magnetico —
si porta — nell’aria polare!
 
 
[793]

Il dolore è un topo —
sceglie l’intercapedine nel petto
per nido timido —
ed elude la caccia —

Il dolore è un ladro — rapido nel trasalire —
tende l’orecchio — per cogliere un suono
di quel vasto buio —
che ha trascinato la sua vita — indietro —

Il dolore è un giocoliere — ardito nell’esibirsi —
perché se esita — l’occhio per di lì
non colga i suoi lividi — siano uno o tre —
Il dolore è un buongustaio — moderato nel lusso —

Il dolore migliore non ha lingua —
prima che parli — bruciatelo in piazza —
le sue ceneri — lo faranno
forse — se rifiutano — come sapere —
ormai nemmeno la tortura ne caverebbe una sillaba.


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