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  COSTANTINOS KAVAFIS

Poesie

Kavafis
Corpi belli di morti, che vecchiezza non colse:
li chiusero, con lacrime, in mausolei preziosi,
con gelsomini ai piedi e al capo rose.
Tali sono le brame che trascorsero
inadempiute, senza voluttuose
notti, senza mattini luminosi.


Voci

Voci ideali e care
di quelli che morirono, di quelli
che per noi sono persi come i morti.

Talora esse ci parlano nei sogni,
e le sente talora tra i pensieri la mente.

Col loro suono, un attimo ritornano
suoni su dalla prima poesia della vita —
come musica, a notte, che lontanando muore.


Candele

Stanno i giorni futuri innanzi a noi
come una fila di candele accese —
dorate, calde, e vivide.

Restano indietro i giorni del passato,
penosa riga di candele spente:
le più vicine danno fumo ancora,
fredde, disfatte, e storte.

Non le voglio vedere: m’accora il loro aspetto,
la memoria m’accora del loro antico lume.
E guardo avanti le candele accese.

Non mi voglio voltare, ch’io non scorga, in un brivido,
come s’allunga presto la tenebrosa riga,
come crescono presto le mie candele spente.


Le finestre

In queste tenebrose camere, dove vivo
giorni grevi, di qua di là m’aggiro
per trovare finestre (sarà
scampo se una finestra s’apre). Ma
finestre non si trovano, o non so
trovarle. Meglio non trovarle, forse.
Forse sarà la luce altra tortura.
Chi sa che cose nuove mostrerà.


Monotonia

Segue a un giorno monotono un nuovo
giorno, monotono, immutabile. Accadranno
le stesse cose, accadranno di nuovo.
Tutti i momenti uguali vengono, se ne vanno.

Un mese passa e un altro mese accompagna.
Ciò che viene s’immagina senza calcoli strani:
è l’ieri, con la nota noia stagna.
E il domani non sembra più domani.


Mura

Senza riguardo, senza pudore né pietà,
m’han fabbricato intorno erte, solide mura.

E ora mi dispero, inerte, qua.
Altro non penso: tutto mi rode questa dura

sorte. Avevo da fare tante cose là fuori.
Ma quando fabbricavano come fui così assente!

Non ho sentito mai né voci né rumori.
M’hanno escluso dal mondo inavvertitamente.


Aspettando i barbari

Che aspettiamo, raccolti nella piazza?

Oggi arrivano i barbari.

Perché mai tanta inerzia nel Senato?
E perché i senatori siedono e non fan leggi?

Oggi arrivano i barbari.
Che leggi devon fare i senatori?
Quando verranno le faranno i barbari.

Perché l’imperatore s’è levato
così per tempo e sta, solenne, in trono,
alla porta maggiore, incoronato?

Oggi arrivano i barbari.
L’imperatore aspetta di ricevere
il loro capo. E anzi ha già disposto
l’offerta d’una pergamena. E là
gli ha scritto molti titoli ed epiteti.

Perché i nostri due consoli e i pretori
sono usciti stamani in toga rossa?
Perché i bracciali con tante ametiste,
gli anelli con gli splendidi smeraldi luccicanti?
Perché brandire le preziose mazze
coi bei ceselli tutti d’oro e argento?

Oggi arrivano i barbari,
e questa roba fa impressione ai barbari.

Perché i valenti oratori non vengono
a snocciolare i loro discorsi, come sempre?

Oggi arrivano i barbari:
sdegnano la retorica e le arringhe.

Perché d’un tratto questo smarrimento
ansioso? (I volti come si son fatti seri!)
Perché rapidamente e strade e piazze
si svuotano, e ritornano tutti a casa perplessi?

S’è fatta notte, e i barbari non sono più venuti.
Taluni sono giunti dai confini,
han detto che di barbari non ce ne sono più.

E adesso, senza barbari, cosa sarà di noi?
Era una soluzione, quella gente.


La città

Hai detto: "Andrò per altra terra ed altro mare.
Una città migliore di questa ci sarà.
Tutti gli sforzi sono condanna scritta. E qua
giace sepolto, come un morto, il cuore.
E fino a quando, in questo desolato languore?
Dove mi volgo, dove l’occhio giro,
macerie nere della vita miro,
ch’io non seppi, per anni, che perdere e schiantare".

Né terre nuove troverai, né nuovi mari.
Ti verrà dietro la città. Per le vie girerai:
le stesse. E negli stessi quartieri invecchierai,
ti farai bianco nelle stesse mura.
Perenne approdo, questa città. Per la ventura
nave non c’è né via — speranza vana!
La vita che schiantasti in questa tana
breve, in tutta la terra l’hai persa, in tutti i mari.


La satrapia

Che peccato! Sei fatto per le belle
e grandi cose, e questa sorte grama
ti nega sempre coraggio e successo.
Ostacoli: le vili consuetudini,
le indifferenze, le meschinità.
E che giorno terribile, se cedi
(il giorno che ti lasci andare e cedi)
e ti fai pellegrino verso Susa,
e giungi ad Artaserse, al grande re,
che benigno t’ammette alla sua corte
e t’offre satrapie, cariche, onori.
Tu, tu le accetti con disperazione,
queste cose che l’anima respinge.
Altro l’anima cerca, e d’altro piange:
quelle lodi del popolo e dei Saggi,
i Bravo! inestimabili, difficili,
e l’Agorà, il Teatro, le corone!
E come potrà dartele Artaserse,
come trovarle nella satrapia,
queste cose? Ma senza queste cose,
che vita — dimmi — sarà mai la tua?


Idi di marzo

Le grandezze paventa,
anima. Le ambizioni, se vincerle non puoi,
secondale, ma sempre cautelosa, esitante.
Quanto più in alto sali,
tanto più scruta, e bada.

E quando all’acme sarai giunto, ormai,
Cesare, quando prenderai figura
d’uomo così famoso, allora bada,
quando cospicuo incedi per via col tuo corteggio:
se mai, di tra la massa, ti s’accosti
un qualche Artemidoro, con uno scritto in mano,
e dica in fretta: "Leggi questo subito,
è cosa d’importanza, e ti riguarda",
allora non mancare di fermarti, non mancare
di differire colloqui e lavori,
di rimuovere i tanti che al saluto
si prostrano (più tardi li vedrai).
Anche il Senato aspetti. E leggi subito
il grave scritto che ti reca Artemidoro.


Fine

Tra paura e sospetti,
con la mente sconvolta e gli occhi esterrefatti,
ci logoriamo a vagheggiare scampi
al rischio certo
che ci minaccia tanto atrocemente.
Errore! Sulla nostra via non c’è.
Erano menzognere le notizie
(non udite? fraintese?). Altra rovina,
che non s’immaginava,
su noi fulminea scroscia,
e sprovveduti — non c’è più tempo! — ci prostra.


Ionica

Se, frantumati i loro simulacri,
noi li scacciammo via dai loro templi,
non sono morti per ciò gli dei.
O terra della Ionia, ancora t’amano,
l’anima loro ti ricorda ancora.
Come aggiorna su te l’alba d’agosto,
nell’aria varca della loro vita un empito,
e un’eteria parvenza d’efebo,
indefinita, con passo celere,
varca talora sulle tue colline.


Rischi

Mirtia disse (studente siriano
ad Alessandria; regno di Costante
Augusto e di Costanzo Augusto;
un po’ pagano e un po’ cristianeggiante):
"Forte di studi e di speculazioni,
le mie passioni non le temerò
da vile. Il corpo lo darò al piacere,
ai godimenti vagheggiati in sogno,
alle più ardite brame erotiche, ai lascivi
impeti del mio sangue,
senza paura: solo ch’io lo voglia
(e lo vorrò, così fortificato
dalle speculazioni e dagli studi)
ritroverò, nei miei momenti critici,
il mio spirito ascetico di prima".


Itaca

Se per Itaca volgi il tuo viaggio,
fa voti che ti sia lunga la via,
e colma di vicende e conoscenze.
Non temere i Lestrìgoni e i Ciclopi
o Posidone incollerito: mai
troverai tali mostri sulla via,
se resta il tuo pensiero alto, e squisita
è l’emozione che ti tocca il cuore
e il corpo. Né Lestrìgoni o Ciclopi
né Posidone asprigno incontrerai,
se non li rechi dentro, nel tuo cuore,
se non li drizza il cuore innanzi a te.

Fa voti che ti sia lunga la via.
E siano tanti i mattini d’estate
che ti vedano entrare (e con che gioia
allegra!) in porti sconosciuti prima.
Fa scalo negli empori dei Fenici
per acquistare bella mercanzia,
madrepore e coralli, ebani e ambre,
voluttuosi aromi d’ogni sorta,
quanti più puoi voluttuosi aromi.
Rècati in molte città dell’Egitto,
a imparare imparare dai sapienti.

Itaca tieni sempre nella mente.
La tua sorte ti segna quell’approdo.
Ma non precipitare il tuo viaggio.
Meglio che duri molti anni, che vecchio
tu finalmente attracchi all’isoletta,
ricco di quanto guadagnasti in via,
senza aspettare che ti dia ricchezze.

Itaca t’ha donato il bel viaggio.
Senza di lei non ti mettevi in via.
Nulla ha da darti più.

E se la trovi povera, Itaca non t’ha illuso.
Reduce così saggio, così esperto,
avrai capito che vuol dire un’Itaca.


Torna

Torna sovente e prendimi,
palpito amato, allora torna e prendimi,
che si ridesta viva la memoria
del corpo, e antiche brame trascorrono nel sangue,
allora che le labbra ricordano, e le carni,
e nelle mani un senso tattile si raccende.

Torna sovente e prendimi, la notte,
allora che le labbra ricordano, e le carni...


Quanto piÙ puoi

Farla non puoi, la vita,
come vorresti? Almeno questo tenta
quanto più puoi: non la svilire troppo
nell’assiduo contatto della gente,
nell’assiduo gestire e nelle ciance.

Non la svilire a furia di recarla
così sovente in giro, e con l’esporla
alla dissennatezza quotidiana
di commerci e rapporti,
sin che divenga una straniera uggiosa.


Rarità

Un vecchio. Ormai spossato e curvo,
deformato dagli anni e dagli abusi,
lentamente cammina per la via.
Pure, com’entra in casa, per celarvi
il suo sfacelo e la vecchiezza, medita
la sua presa superstite fra i giovani.

Adolescenti dicono i suoi versi.
Trascorrono in quegli occhi vivi le sue visioni.
È sua l’epifania della bellezza
di che le sane, voluttuose menti,
le sode, armoniose carni fremono.


Andai

Non conobbi legami. Allo sbaraglio, andai.
A godimenti ora reali e ora
turbinanti nell’anima,
andai, dentro la notte illuminata.
M’abbeverai dei più gagliardi vini,
quali bevono i prodi del piacere.


Negozio

Ha ravvolto con ordine ogni cosa
entro una seta verde, preziosa.

Fa di rubini rose, e d’ametiste viole,
di perle gigli. Queste cose, così le vuole

e le giudica belle, né già quali in natura
le rimirò. Le chiude nel forziere con cura,

prova d’un audacissimo lavoro, d’arte accorta.
E quando un compratore s’affaccia alla sua porta,

estrae da teche, e vende, altri oggetti (gioielli
stupendi): catenine, collane, armille, anelli.


Tomba di Lisia filologo

Vicino, a destra di chi entra, nella biblioteca
di Bèrito, il dottissimo Lisia abbiamo sepolto.
Filologo, egli giace fra cose di cui reca,
forse, memoria anche laggiù — lezioni, testi, un cumulo
di scolî, e glosse elleniche in ampi tomi. Molto
questo luogo s’addice a un uomo tanto colto.
E noi, volgendo ai libri, scorgeremo il suo tumulo
e renderemo onore a lui che ci fu tolto.


Tomba d’Eurione

In questo monumento (una preziosa
opera, tutta marmo sienita)
di viole e di gigli ricoperto,
Eurione, il giovine bello, riposa.
Alessandrino, venticinque anni. Veniva, il padre,
da un’antica prosapia macedone, la madre
da una famiglia d’alabarchi. Ebbe cultura:
discepolo d’Aristoclìto in filosofia,
e di Paro in retorica, studiò Sacra Scrittura
a Tebe. Scrisse un’opera sul nomo Arsinoita.
Questa di lui ci resterà di certo.
Ma la cosa più rara è sparita:
la sua bellezza, un’apollinea epifania.


Candelabro

Una camera piccola e vuota. Ivi s’accampa,
fra quattro mura nude, con un verde parato,
un candelabro splendido: divampa,
e brucia, dentro ciascuna sua vampa,
una lascivia, un impeto di lascivo calore.

Nella piccola camera che il candelabro allieta
del suo gagliardo, vivido lume riverberato,
quella fiamma è del tutto inconsueta:
non è per una carne vile e vieta
la forte voluttà di quell’ardore.


I sapienti ciÒ che s’avvicina

Gli uomini sanno le cose presenti.
Gli dei conoscono quelle future,
assoluti padroni d’ogni luce.
Ma, del futuro, avvertono i sapienti
ciò che s’appressa. Tra le gravi cure

degli studi, l’udito ecco si turba
d’un tratto. A loro giungono le oscure
voci dei fatti che il domani adduce.
Le ascoltano devoti. Fuori, per via, la turba
non sente nulla, con le orecchie dure.


Mare mattutino

Fermarmi qui! Mirare anch’io questa natura un poco.
Del mare mattutino e del limpido cielo
smaglianti azzurri, e gialla riva: tutto
s’abbella nella grande luce effusa.

Fermarmi qui. Illuso di mirare
ciò che vidi davvero l’attimo che ristetti,
e non le mie fantasime, anche qui,
le memorie, le forme del piacere.

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