Clarence - Cultura e Spettacolo
Clarence
RACCONTI & POESIE
Homepage Free Internet Chat Forum Oroscopo Cartoline Clarendario Net to Be superEva superEva
SMS gratis Cerca Messenger Mail Games Links Meteo Free Blog B.I.G.
Sei qui:   Homepage > Cultura e Spettacolo > Società delle Menti > Racconti & Poesie > Majakovskij
  VLADIMIR MAJAKOVSKIJ

Leggete libri di ferro!

Majakovskij
Alle insegne

Leggete libri di ferro!
Sotto il flauto d’una lettera indorata
si arrampicheranno marene affumicate
e navoni dai riccioli d’oro.

E se con allegra cagnara
turbineranno le stelle "Maggi",
anche l’ufficio di pompe funebri
moverà i propri sarcofaghi.

Quando poi, tetra e lamentevole,
spegnerà i segnali dei lampioni,
innamoratevi sotto il cielo delle bettole
dei papaveri sui bricchi di maiolica.
1913
[Trad. di A.M. Ripellino]


Dietro una donna

Spostato su col gomito un lievito di nebbia,
Colava biacca da una fiasca nera
E a briglia sciolta nel cielo
Canuto e greve caracollava fra le nuvole.

Nel fuso rame di case stagnate
A stento si contengono i trèmiti delle vie,
Stuzzicati da un rosso mantello di lussuria,
I fumi diramavano le corna dentro il cielo.

Cosce-vulcani sotto il ghiaccio delle vesti,
Messi di seni mature già per il raccolto.
Dai marciapiedi con ammicchi malandrini
Frecce spuntate insorsero gelose.

Stormo che a un colpo di tacco si levi a volo nel cielo
Preghiere di altezze presero al laccio Iddio:
Con sorrisi da topi lo spennarono
E beffarde lo trassero per la fessura d’una soglia.

L’Oriente in un vicolo le scorse,
Più in alto risospinse la smorfia del cielo
E il sole dalla nera borsa strappato fuori
Pestò con cattiveria le costole del tetto.
1913
[Trad. di G. Giudici]


Ma voi potreste?

A un tratto impiastricciai la mappa dei giorni prosaici,
dopo aver schizzato tinta da un bicchiere,
e mostrai su un piatto di gelatina
gli zigomi sghembi dell’oceano.
Sulla squama d’un pesce di latta
lessi gli appelli di nuove labbra.
Ma voi
potreste
eseguire un notturno
su un flauto di grondaie?
1913
[Trad. di A.M. Ripellino]


Per la stanchezza

Terra!
Lascia che copra di baci il tuo capo quasi già calvo
con brandelli delle mie labbra sporche di belletti altrui.
Col fumo dei capelli sull’incendio degli occhi di stagno
lascia che avvolga i seni incavati delle paludi.
Tu! Siamo in due, tu ed io,
lacerati di ferite, braccati come daini,
nell’impennato nitrito dei cavalli sellati della morte.
Intorbiditi d’ira gli occhi dei fuochi che marciscono negli
[acquazzoni,
il fumo da dietro la casa ci raggiungerà con le lunghe zampe
Sorella mia!
Negli ospizi dei secoli venturi,
forse, mi si troverà una madre;
io le ho gettato un corno insanguinato di canti.
Gracidando, saltella nel campo
un fossato, verde spione,
per imprigionarci
con le corde delle sudicie strade.
1913
[Trad. di G. Crino e M. Socrate]


L’infernaccio della città

Le finestre frantumarono l’infernaccio della città
in minuscoli infernucci succhianti con le luci.
Rossicci diavoli, si impennavano le automobili,
facendo esplodere le trombe proprio sull’orecchio.

E là, sotto l’insegna con le aringhe di Kerc,
un vecchietto stravolto cercava tastoni i suoi occhiali
e ruppe in lacrime quando, nel tifone del vespro,
un tram di rincorsa sbatté le pupille.

Nei buchi dei grattacieli, ove ardeva il minerale
e il ferro dei treni ingombrava il passaggio,
un aeroplano lanciò un grido e cadde
là dove al sole ferito colava l’occhio.

E allora ormai — sgualcite le coltri dei lampioni —
la notte si diede al piacere, oscena e ubriaca,
mentre dietro i soli delle vie in qualche luogo zoppicava,
non necessaria a nessuno, la flaccida luna.
1913
[Trad. di A.M. Ripellino]


Ancora Pietroburgo

Negli orecchi i frantumi di un accaldato ballo
E dal Nord — più canuta della neve — una nebbia
Dal volto di cannibale assetato di sangue
Masticava gli insipidi passanti.

Le ore incombevano come un volgare insulto,
Incombono le cinque e sono poi
Le sei — ci sta a guardare dal cielo una canaglia
Maestosamente come un Lev Tolstoj.
1914
[Trad. di G. Giudici]


La blusa del bellimbusto

Io mi cucirò neri calzoni
del velluto della mia voce.
E una gialla blusa di tre tese di tramonto.
Per il Nevskij del mondo, per le sue strisce levigate
andrò girellando col passo di Don Giovanni e di bellimbusto.

Gridi pure la terra rammollita nella quiete:
"Tu vieni a violentare le verdi primavere!"
Sfiderò il sole con un sogghigno arrogante:
"Sul liscio asfalto mi piace biascicar le parole!"

Sarà forse perché il cielo è azzurro
e la terra mia amante in questa nettezza festiva,
che io vi dono dei versi allegri come ninnoli,
aguzzi e necessari come stuzzicadenti.

Donne che amate la mia carne e tu, ragazza
che mi guardi come un fratello,
coprite me, poeta, di sorrisi:
li cucirò come fiori sulla mia blusa di bellimbusto.
1914
[Trad. di A.M. Ripellino]


Qualche buona parola per certi vizi
(Quasi un inno)


O tu che fatichi sia lustrando stivali
sia come ragioniere o aiuto-ragioniera,
e tu che, per il daffare e la malinconia, hai una faccia
gualcita e verde come un biglietto da tre rubli!

Sarto, per esempio. Chi te lo fa fare
di portare questi calzoni per la prova?
È perché non hai nessuno zio tu, e se ne hai uno
non è ricco, non è moribondo e non sta in America?

Fattelo dire da uno intelligente e che ha letto molto:
Pu&kin, 1cepkin, Vrubel’ non credevano
né al verso né al gestire né a un tono prezioso,
ma è nel rublo che credevano soltanto.

Tu vivi solo per stirare e ferirti con le forbici.
Già la barba ti s’intreccia con la canizie,
ma l’hai mai vista una volta almeno la melarancia
come se la cresce e cresce sopra l’albero?

Sudate e faticate, faticate e sudate,
e i figli figlieranno e ingrandiranno,
altri ragazzi-ragionieri, altre ragazze-ragioniere,
e gli uni e le altre suderanno come questi qua.
Invece io ieri, senza l’ordine di nessuno,
come niente,
a chemin de fer con cento rubli di partenza,
alla sesta mano, me n’ero fatti tremila e duecento.

M’importa assai se, con un dito sulla bocca,
malignano che mi sarei aiutato
segnando un asso e l’altro
impercettibilmente con un’unghia.

Gli occhi dei giocatori nella notte
brillavano come due rubli,
e io lì a ripulirmene qualcuno, come un forzuto operaio
scarica la stiva d’una nave.

Gloria a chi per primo ha ritrovato
come rivoltare e vuotare al prossimo le tasche,
senza faticare e aguzzare l’ingegno,
ma in maniera pulita ed elegante!

E quando qualcuno mi dice che il lavoro è ecc. ecc.,
come se fregasse rafano su una grattugia arrugginita,
io, con una mano sulla spalla, gli domando soavemente:
"Voi chiedete ancora carte, quando avete un cinque?".
1915
[Trad. di G. Crino e M. Socrate]


Lilicka!

In luogo di una lettera
Un fumo di tabacco ha divorato l’aria.
La stanza
È un capitolo dell’inferno di Krucënnych.
Ricordati —
Proprio a questa finestra
Per la prima volta
Estasiato accarezzavo le tue mani.
Eccoti oggi seduta,
Il cuore chiuso dentro una corazza.
Ancora un giorno e poi
Mi scaccerai
Magari anche imprecando alle mie spalle.
Nella buia anticamera la mano nella manica
Più non stenterà a entrare disfatta dal tremore.
Correrò via
E getterò il mio corpo sulla strada.
Selvatico animale
Impazzirò
Sotto una sferza di disperazione.
Ma così non si deve,
Mia cara,
Mia diletta,
Meglio lasciarci ora.
Non importa —
Il mio amore
È un pesante macigno
Che incombe su di te
Ovunque tu possa fuggirmi.
Lascia in un grido estremo che si sfoghi
L’amarezza dei lamenti e del rancore.
Quando anche un bue è disfatto di fatica
Lui pure andrà a gettarsi
In fredde acque in cerca di ristoro.
Ma altro mare non c’è
Per me
Tranne il tuo amore,
Né tregua c’è in amore anche nel pianto.
Se un elefante stanco vorrà pace
Si stenderà maestoso sull’infocata sabbia.
Ma altro sole non c’è
Per me
Tranne il tuo amore,
Benché io non so tu dove o con chi sei.
Se così se ne fosse tormentato
Dell’amore — un poeta
In soldi e gloria l’avrebbe mutato,
Ma altro suono non c’è
Che mi dia gioia
Tranne che il suono del tuo nome beato.
E non mi getterò giù nella tromba delle scale
E non berrò il veleno
Né premerò il grilletto dell’arma sulla tempia.
E non c’è lama di coltello che
Abbia su me potere
Tranne che sia la lama del tuo sguardo.
Tu scorderai domani
Che io t’incoronavo,
Che d’un ardente amore l’anima ti bruciavo,
E un carnevale effimero di frenetici giorni
Disperderà le pagine dei miei piccoli libri...
Le secche foglie delle mie parole
Potranno mai indurre uno a sostare,
A respirare con avidità?

Almeno lascia che un’estrema tenerezza
Copra l’allontanarsi
Dei tuoi passi.
26 maggio 1916, Pietrogrado
[Trad. di G. Giudici]

  SHOPPINGin associazione con: InternetBookshop
• Ricerca sul catalogo InternetBookshop:

Titolo:
Autore:
Editore:
Argomento:
Esegui la ricerca:

  COSTRUISCI CLARENCE...
Se vuoi segnalarci un sito, gestire una rubrica o inviarci un suggerimento clicca qui.


SPONSORED BY:
     
A WWWORLD APART
DadaWebmaster: sindaco@clarence.com - Clarence ® è un marchio registrato di Clarence s.r.l. - Ideato da Gianluca Neri e Roberto Grassilli, realizzato dalla Redazione - Pubblicità - Uff. Stampa - Lavora con noi.
© 1996-2002 Clarence s.r.l.