Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
lanimo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.
Ah luomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e lombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!
Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.
***
Meriggiare pallido e assorto
presso un rovente muro dorto,
ascoltare tra i pruni e gli sterpi
schiocchi di merli, frusci di serpi.
Nelle crepe del suolo o su la veccia
spiar le file di rosse formiche
chora si rompono ed ora sintrecciano
a sommo di minuscole biche.
Osservare tra frondi il palpitare
lontano di scaglie di mare
mentre si levano tremuli scricchi
di cicale dai calvi picchi.
E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
comè tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.
***
Non rifugiarti nellombra
di quel fólto di verzura
come il falchetto che strapiomba
fulmineo nella caldura.
È ora di lasciare il canneto
stento che pare saddorma
e di guardare le forme
della vita che si sgretola.
Ci muoviamo in un pulviscolo
madreperlaceo che vibra,
in un barbaglio che invischia
gli occhi e un poco ci sfibra.
Pure, lo senti, nel gioco daride onde
che impigra in questora di disagio
non buttiamo già in un gorgo senza fondo
le nostre vite randage.
Come quella chiostra di rupi
che sembra sfilaccicarsi
in ragnatele di nubi;
tali i nostri animi arsi
in cui lillusione brucia
un fuoco pieno di cenere
si perdono nel sereno
di una certezza: la luce.
***
a K.
Ripenso il tuo sorriso, ed è per me unacqua limpida
scorta per avventura tra le petraie dun greto,
esiguo specchio in cui guardi unellera i suoi corimbi;
e su tutto labbraccio dun bianco cielo quieto.
Codesto è il mio ricordo; non saprei dire, o lontano,
se dal tuo volto sesprime libera unanima ingenua,
o vero tu sei dei raminghi che il male del mondo estenua
e recano il loro soffrire con sé come un talismano.
Ma questo posso dirti, che la tua pensata effigie
sommerge i crucci estrosi in unondata di calma,
e che il tuo aspetto sinsinua nella mia memoria grigia
schietto come la cima duna giovinetta palma...
***
Mia vita, a te non chiedo lineamenti
fissi, volti plausibili o possessi.
Nel tuo giro inquieto ormai lo stesso
sapore han miele e assenzio.
Il cuore che ogni moto tiene a vile
raro è squassato da trasalimenti.
Così suona talvolta nel silenzio
della campagna un colpo di fucile.
***
Portami il girasole chio lo trapianti
nel mio terreno bruciato dal salino,
e mostri tutto il giorno agli azzurri specchianti
del cielo lansietà del suo volto giallino.
Tendono alla chiarità le cose oscure,
si esauriscono i corpi in un fluire
di tinte: queste in musiche. Svanire
è dunque la ventura delle venture.
Portami tu la pianta che conduce
dove sorgono bionde trasparenze
e vapora la vita quale essenza;
portami il girasole impazzito di luce.
***
Spesso il male di vivere ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era lincartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.
Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.
***
Ciò che di me sapeste
non fu che la scialbatura,
la tonaca che riveste
la nostra umana ventura.
Ed era forse oltre il telo
lazzurro tranquillo;
vietava il limpido cielo
solo un sigillo.
O vero cera il falòtico
mutarsi della mia vita,
lo schiudersi dunignita
zolla che mai vedrò.
Restò così questa scorza
la vera mia sostanza;
il fuoco che non si smorza
per me si chiamò: lignoranza.
Se unombra scorgete, non è
unombra ma quella io sono.
Potessi spiccarla da me,
offrirvela in dono.
***
Portovenere
Là fuoresce il Tritone
dai flutti che lambiscono
le soglie dun cristiano
tempio, ed ogni ora prossima
è antica. Ogni dubbiezza
si conduce per mano
come una fanciulletta amica.
Là non è chi si guardi
o stia di sé in ascolto.
Quivi sei alle origini
e decidere è stolto:
ripartirai più tardi
per assumere un volto.
***
So lora in cui la faccia più impassibile
è traversata da una cruda smorfia:
sè svelata per poco una pena invisibile.
Ciò non vede la gente nellaffollato corso.
Voi, mie parole, tradite invano il morso
secreto, il vento che nel cuore soffia.
La più vera ragione è di chi tace.
Il canto che singhiozza è un canto di pace.
***
Gloria del disteso mezzogiorno
quandombra non rendono gli alberi,
e più e più si mostrano dattorno
per troppa luce, le parvenze, falbe.
Il sole, in alto, e un secco greto.
Il mio giorno non è dunque passato:
lora più bella è di là dal muretto
che rinchiude in un occaso scialbato.
Larsura, in giro; un martin pescatore
volteggia suna reliquia di vita.
La buona pioggia è di là dallo squallore,
ma in attendere è gioia più compita.
***
Felicità raggiunta, si cammina
per te su fil di lama.
Agli occhi sei barlume che vacilla,
al piede, teso ghiaccio che sincrina;
e dunque non ti tocchi chi più tama.
Se giungi sulle anime invase
di tristezza e le schiari, il tuo mattino
è dolce e turbatore come i nidi delle cimase.
Ma nulla paga il pianto del bambino
a cui fugge il pallone tra le case.
***
Il canneto rispunta i suoi cimelli
nella serenità che non si ragna:
lorto assetato sporge irti ramelli
oltre i chiusi ripari, allafa stagna.
Sale unora dattesa in cielo, vacua,
dal mare che singrigia.
Un albero di nuvole sullacqua
cresce, poi crolla come di cinigia.
Assente, come manchi in questa plaga
che ti presente e senza te consuma:
sei lontana e però tutto divaga
dal suo solco, dirupa, spare in bruma.
***
Forse un mattino andando in unaria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.
Poi come suno schermo, saccamperanno di gitto
alberi case colli per linganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me nandrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.
***
Valmorbia, discorrevano il tuo fondo
fioriti nuvoli di piante agli àsoli.
Nasceva in noi, volti dal cieco caso,
oblio del mondo.
Tacevano gli spari, nel grembo solitario
non dava suono che il Leno roco.
Sbocciava un razzo su lo stelo, fioco
lacrimava nellaria.
Le notti chiare erano tutte unalba
e portavano volpi alla mia grotta.
Valmorbia, un nome e ora nella scialba
memoria, terra dove non annotta.
***
Tentava la vostra mano la tastiera,
i vostri occhi leggevano sul foglio
glimpossibili segni; e franto era
ogni accordo come una voce di cordoglio.
Compresi che tutto, intorno, sinteneriva
in vedervi inceppata inerme ignara
del linguaggio più vostro: ne bruiva
oltre i vetri socchiusi la marina chiara.
Passò nel riquadro azzurro una fugace danza
di farfalle; una fronda si scrollò nel sole.
Nessuna cosa prossima trovava le sue parole,
ed era mia, era nostra, la vostra dolce ignoranza.
***
La farandola dei fanciulli sul greto
era la vita che scoppia dallarsura.
Cresceva tra rare canne e uno sterpeto
il cespo umano nellaria pura.
Il passante sentiva come un supplizio
il suo distacco dalle antiche radici.
Nelletà doro florida sulle sponde felici
anche un nome, una veste, erano un vizio.
***
Debole sistro al vento
duna persa cicala,
toccato appena e spento
nel torpore chesala.
Dirama dal profondo
in noi la vena
segreta: il nostro mondo
si regge appena.
Se tu laccenni, allaria
bigia treman corrotte
le vestigia
che il vuoto non ringhiotte.
Il gesto indi sannulla,
tace ogni voce,
discende alla sua foce
la vita brulla.
***
Cigola la carrucola del pozzo,
lacqua sale alla luce e vi si fonde.
Trema un ricordo nel ricolmo secchio,
nel puro cerchio unimmagine ride.
Accosto il volto a evanescenti labbri:
si deforma il passato, si fa vecchio,
appartiene ad un altro...
Ah che già stride
la ruota, ti ridona allatro fondo,
visione, una distanza ci divide.
***
Arremba su la strinata proda
le navi di cartone, e dormi,
fanciulletto padrone: che non oda
tu i malevoli spiriti che veleggiano a stormi.
Nel chiuso dellortino svolacchia il gufo
e i fumacchi dei tetti sono pesi.
Lattimo che rovina lopera lenta di mesi
giunge: ora incrina segreto, ora divelge in un buffo.
Viene lo spacco; forse senza strepito.
Chi ha edificato sente la sua condanna.
È lora che si salva solo la barca in panna.
Amarra la tua flotta tra le siepi.
***
Upupa, ilare uccello calunniato
dai poeti, che roti la tua cresta
sopra laereo stollo del pollaio
e come un finto gallo giri al vento;
nunzio primaverile, upupa, come
per te il tempo sarresta,
non muore più il Febbraio,
come tutto di fuori si protende
al muover del tuo capo,
aligero folletto, e tu lo ignori.
***
Sul muro grafito
che adombra i sedili rari
larco del cielo appare
finito.
Chi si ricorda più del fuoco charse
impetuoso
nelle vene del mondo; in un riposo
freddo le forme, opache, sono sparse.
Rivedrò domani le banchine
e la muraglia e lusata strada.
Nel futuro che sapre le mattine
sono ancorate come barche in rada.
Mediterraneo
A vortice sabbatte
sul mio capo reclinato
un suono dagri lazzi.
Scotta la terra percorsa
da sghembe ombre di pinastri,
e al mare là in fondo fa velo
più che i rami, allo sguardo, lafa che a tratti erompe
dal suolo che si avvena.
Quando più sordo o meno il ribollio dellacque
che singorgano
accanto a lunghe secche mi raggiunge:
o è un bombo talvolta ed un ripiovere
di schiume sulle rocce.
Come rialzo il viso, ecco cessare
i ragli sul mio capo; e via scoccare
verso le strepeanti acque,
frecciate biancazzurre, due ghiandaie.
***
Antico, sono ubriacato dalla voce
chesce dalle tue bocche quando si schiudono
come verdi campane e si ributtano
indietro e si disciolgono.
La casa delle mie estati lontane
tera accanto, lo sai,
là nel paese dove il sole cuoce
e annuvolano laria le zanzare.
Come allora oggi in tua presenza impietro,
mare, ma non più degno
mi credo del solenne ammonimento
del tuo respiro. Tu mhai detto primo
che il piccino fermento
del mio cuore non era che un momento
del tuo; che mi era in fondo
la tua legge rischiosa: esser vasto e diverso
e insieme fisso:
e svuotarmi così dogni lordura
come tu fai che sbatti sulle sponde
tra sugheri alghe asterie
le inutili macerie del tuo abisso.
***
Scendendo qualche volta
gli aridi greppi ormai
divisi dallumoroso
Autunno che li gonfiava,
non mera più in cuore la ruota
delle stagioni e il gocciare
del tempo inesorabile;
ma bene il presentimento
di te mempiva lanima,
sorpreso nellansimare
dellaria, prima immota,
sulle rocce che orlavano il cammino.
Or, mavvisavo, la pietra
voleva strapparsi, protesa
a un invisibile abbraccio;
la dura materia sentiva
il prossimo gorgo, e pulsava;
e i ciuffi delle avide canne
dicevano allacque nascoste,
scrollando, un assentimento.
Tu vastità riscattavi
anche il patire dei sassi:
pel tuo tripudio era giusta
limmobilità dei finiti.
Chinavo tra le petraie,
giungevano buffi salmastri
al cuore; era la tesa
del mare un giuoco di anella.
Con questa gioia precipita
dal chiuso vallotto alla spiaggia
la spersa pavoncella.
***
Ho sostato talvolta nelle grotte
che tassecondano, vaste
o anguste, ombrose e amare.
Guardati dal fondo gli sbocchi
segnavano architetture
possenti campite di cielo.
Sorgevano dal tuo petto
rombante aerei templi,
guglie scoccanti luci:
una città di vetro dentro lazzurro netto
via via si discopriva da ogni caduco velo
e il suo rombo non era che un susurro.
Nasceva dal fiotto la patria sognata.
Dal subbuglio emergeva levidenza.
Lesiliato rientrava nel paese incorrotto.
Così, padre, dal tuo disfrenamento
si afferma, chi ti guardi, una legge severa.
Ed è vano sfuggirla: mi condanna
sio lo tento anche un ciottolo
róso sul mio cammino,
impietrato soffrire senza nome,
o linforme rottame
che gittò fuor del corso la fiumara
del vivere in un fitto di ramure e di strame.
Nel destino che si prepara
cè forse per me sosta,
niunaltra mai minaccia.
Questo ripete il flutto in sua furia incomposta,
e questo ridice il filo della bonaccia.
***
Giunge a volte, repente,
unora che il tuo cuore disumano
ci spaura e dal nostro si divide.
Dalla mia la tua musica sconcorda,
allora, ed è nemico ogni tuo moto.
In me ripiego, vuoto
di forze, la tua voce pare sorda.
Maffisso nel pietrisco
che verso te digrada
fino alla ripa acclive che ti sovrasta,
franosa, gialla, solcata
da strosce dacqua piovana.
Mia vita è questo secco pendio,
mezzo non fine, strada aperta a sbocchi
di rigagnoli, lento franamento.
È dessa, ancora, questa pianta
che nasce dalla devastazione
e in faccia ha i colpi del mare ed è sospesa
fra erratiche forze di venti.
Questo pezzo di suolo non erbato
sè spaccato perché nascesse una margherita.
In lei tìtubo al mare che mi offende,
manca ancora il silenzio nella mia vita.
Guardo la terra che scintilla,
laria è tanto serena che soscura.
E questa che in me cresce
è forse la rancura
che ogni figliuolo, mare, ha per il padre.
***
Noi non sappiamo quale sortiremo
domani, oscuro o lieto;
forse il nostro cammino
a non tócche radure ci addurrà
dove mormori eterna lacqua di giovinezza;
o sarà forse un discendere
fino al vallo estremo,
nel buio, perso il ricordo del mattino.
Ancora terre straniere
forse ci accoglieranno: smarriremo
la memoria del sole, dalla mente
ci cadrà il tintinnare delle rime.
Oh la favola onde sesprime
la nostra vita, repente
si cangerà nella cupa storia che non si racconta!
Pur di una cosa ci affidi,
padre, e questa è: che un poco del tuo dono
sia passato per sempre nelle sillabe
che rechiamo con noi, api ronzanti.
Lontani andremo e serberemo uneco
della tua voce, come si ricorda
del sole lerba grigia
nelle corti scurite, tra le case.
E un giorno queste parole senza rumore
che teco educammo nutrite
di stanchezze e di silenzi,
parranno a un fraterno cuore
sapide di sale greco.
***
Avrei voluto sentirmi scabro ed essenziale
siccome i ciottoli che tu volvi,
mangiati dalla salsedine;
scheggia fuori del tempo, testimone
di una volontà fredda che non passa.
Altro fui: uomo intento che riguarda
in sé, in altrui, il bollore
della vita fugace uomo che tarda
allatto, che nessuno, poi, distrugge.
Volli cercare il male
che tarla il mondo, la piccola stortura
duna leva che arresta
lordegno universale; e tutti vidi
gli eventi del minuto
come pronti a disgiungersi in un crollo.
Seguìto il solco dun sentiero mebbi
lopposto in cuore, col suo invito; e forse
moccorreva il coltello che recide,
la mente che decide e si determina.
Altri libri occorrevano
a me, non la tua pagina rombante.
Ma nulla so rimpiangere: tu sciogli
ancora i groppi interni col tuo canto.
Il tuo delirio sale agli astri ormai.
***
Potessi almeno costringere
in questo mio ritmo stento
qualche poco del tuo vaneggiamento;
dato mi fosse accordare
alle tue voci il mio balbo parlare:
io che sognava rapirti
le salmastre parole
in cui natura ed arte si confondono,
per gridar meglio la mia malinconia
di fanciullo invecchiato che non doveva pensare.
Ed invece non ho che le lettere fruste
dei dizionari, e loscura
voce che amore detta saffioca,
si fa lamentosa letteratura.
Non ho che queste parole
che come donne pubblicate
soffrono a chi le richiede;
non ho che queste frasi stancate
che potranno rubarmi anche domani
gli studenti canaglie in versi veri.
Ed il tuo rombo cresce, e si dilata
azzurra lombra nuova.
Mabbandonano a prova i miei pensieri.
Sensi non ho; né senso. Non ho limite.
***
Dissipa tu se lo vuoi
questa debole vita che si lagna,
come la spugna il frego
effimero di una lavagna.
Mattendo di ritornare nel tuo circolo,
sadempia lo sbandato mio passare.
La mia venuta era testimonianza
di un ordine che in viaggio mi scordai,
giurano fede queste mie parole
a un evento impossibile, e lo ignorano.
Ma sempre che traudii
la tua dolce risacca su le prode
sbigottimento mi prese
quale duno scemato di memoria
quando si risovviene del suo paese.
Presa la mia lezione
più che dalla tua gloria
aperta, dallansare
che quasi non dà suono
di qualche tuo meriggio desolato,
a te mi rendo in umiltà. Non sono
che favilla dun tirso. Bene lo so: bruciare,
questo, non altro, è il mio significato.