
Perché non vieni a vivere con me,
È tempo ormai
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Il secondo giorno, era un mattino limpido e ventoso di marzo, vidi mia nonna che mi fissava: quei suoi occhi scavati, quella pelle bianchissima, una donna giovanile con i capelli scuri scuri come non me la ricordavo, lei che era morta mentre stavo al college, tanti anni prima, nel 1966. Poi vidi chiaro che fu praticamente nello stesso istante vidi che il volto era il mio, i miei occhi in quel volto che non fluttuava in uno specchio ma su una superficie metallica, a denti scoperti in un sorriso attonito; e alla vista del mio volto che non era il mio volto risi, credo che il suono sia stato quello.
Se hai problemi di insonnia, ti racconti che esistono profonde verità rivelate di notte soltanto agli insonni, come quei minerali fosforescenti che al buio appaiono venati e luccicanti, ma di giorno sono ruvidi e insulsi, e devi esaminarli, quei minerali, in assenza di luce per scoprirne la bellezza: così dici a te stessa.
Forse perché faticavo tanto a dormire quando avevo dodici, tredici anni, nessuno voleva definire il mio problema "insonnia", una parola troppo clinica, troppo adulta, e comunque dicevano: "Se ti sforzi dormirai"; ma poi li sentivo mormorare: "Vuole solo attenzione... sai comè fatta", e io mi offendevo e mi arrabbiavo, ma mi sentivo anche tutta speranzosa, con la voglia di chiedere: "Perché, come sono fatta, siete voi quelli che me lo possono dire?".
In realtà, anche la nonna aveva problemi dinsonnia "soffriva di insonnia" era la severa espressione ma nessuno stabilì fra noi un rapporto di causa ed effetto. La nostra famiglia era fatta così: temevano che una debolezza trovasse giustificazione nellaltra, che le cose sfuggissero al riserbo e al controllo.
In realtà, avevo avuto difficoltà a dormire fin dalla prima infanzia, ma non vi avevo trovato nulla di male. Non era per il gusto del segreto, e neppure per il desiderio di far contenti i miei genitori che fingevo di dormire: pensavo solamente che si dovesse fare così, pensavo che quando la mamma mi metteva a letto dovevo chiudere gli occhi, così lei se ne andava: era il modo per congedarla, ma subito dopo, rimasta sola, i miei occhi si riaprivano senza tracce di sonno. A volte era giorno, a volte era notte. Spesso la notte vedevo, distinguevo le sagome offuscate degli oggetti, oggetti familiari che al buio avevano perso il loro nome, mentre, sdraiata immobile senza che nessuno mi guardasse, mi sembrava di non avere nome e che il mio corpo fosse indefinito e senza forma. Il punto essenziale era giacere immobile, respirando appena, finché in ultimo dopo minuti, ma anche dopo ore, se si sentivano dei rumori in casa o fuori, per strada (per quasi tutta la mia infanzia a Hammond abbiamo abitato in una via di molto traffico) un lago dacqua scura e calda cominciava pian piano a sciabordarmi sui piedi finché non mi copriva le gambe, il petto, la faccia... quello che gli adulti chiamavano "sonno", lesperienza più elusiva, più misteriosa e strana, una nebulosa trasparenza di sfumature e trame cangianti che circondavano tesi isolotti di veglia, cosicché nel corso di una notte dormivo, mi destavo, e dormivo e mi ridestavo dieci volte mentre lacqua mi sciabordava in viso e si ritraeva, e questo era del tutto naturale e del tutto desiderabile, perché quando dormivo unaltra specie di sonno, greve, profondo, intinto in una sostanza né acquea né trasparente, ma sudicia, limacciosa e senza luce, allorché mi tuffavo in quel sonno e riuscivo a risvegliarmi sudata e tremante e con il cuore che batteva forte e la testa pulsante, quasi che il mio cervello intrappolato nel cranio (ma allora "cervello" e "cranio" non erano concetti a me noti) avesse corso forsennatamente come una piccola macchina andata fuori giri, la sensazione era di totale disperazione e di uno sfinimento così profondo da somigliare alla morte: allassoluto non-essere, alloblio; e non sapevo, né lo so ora dopo decenni, quale sonno sia preferibile, quale sonno sia normale, in che modo si venga definiti dal sonno, da dove in effetti il "sonno" si origini.
Qualche anno dopo, ormai adolescente dormivo in una stanza poco lontana da quella dei miei genitori spesso, nelle notti insonni non facevo che accendere la lampada e leggere, leggevo fino allalba, fino al giorno e alla resurrezione dellandirivieni diurno in uno stato di concentrazione assoluta; o a volte accendevo la radio sul comodino, ora naturalmente badando a tenere il volume basso, basso e segreto, ascoltando incantata lontane stazioni, di Pittsburgh, di Toronto, di Cleveland; cera una stazione folk che trasmetteva da Cleveland, musica country che di giorno non avrei mai ascoltato. Una dopo laltra acquisii unintima conoscenza delle voci dei conduttori sul continuum del quadrante luminoso, mi sembrava impossibile che i loro proprietari non conoscessero me. Ma a volte la mia stanza mi soffocava, sentivo una necessità di aria fresca e mi vestivo in tutta fretta infilandomi qualcosa sopra il pigiama e anche con la pioggia o con il freddo fuggivo uscendo dalla porta di cucina, così silenziosa e furtiva che mai nessuno mi sentì, nessuno di loro sentì ce la farò; perché lo voglio fare, assopiti nel loro sonno pesante uguale al sonno dei molluschi, senzocchi. E fuori, nella notte: la sorpresa della via mutata dallora tarda, dal vuoto, dal silenzio; camminavo fino in fondo al nostro vialetto guardando, ascoltando, con il cuore in tumulto. Allora è così... che è veramente! Le solite cose apparivano strane, i marciapiedi, i lampioni, le case dei vicini. Ma questo dato non aveva nessuna coscienza della propria realtà se non attraverso di me.
Perché questo è stato uno dei principi della mia vita.
E se qua e là lungo lisolato una finestra era illuminata dallinterno (un altro insonne?), o unauto solitaria passava per la via preceduta dalla luce dei fari; o se sentivo un treno in lontananza o un aereo lassù solcava il cielo con le luci brillanti e intermittenti, quale felicità mi riempiva i polmoni, che gratitudine, che convinzione: in quel momento ero completamente sola, e invisibile, che è come essere soli.
"Passa quando vuoi, gioia, non cè bisogno che mi avverta" ripeteva spesso mia nonna. "Passa dopo la scuola, ti prego, in qualunque momento!" Io cercavo di ignorare la supplica nella sua voce, cercavo di non scorgere il lieve affanno nei suoi occhi, e la speranza.
La nonna era una "vedova": suo marito (che non era mio nonno) era morto per un tumore al fegato quando avevo cinque anni.
La nonna aveva due occhi bellissimi. Profondi, scuri, intelligenti, vigili. E i suoi capelli erano di un dolce grigio-argento, non ruvidi come quelli degli altri, ma sottili, di seta.
La mamma diceva: "A sentire la nonna, sei un angelo". Parlava in tono divertito, ma lo capivo anche un po accusatorio. Perché sì, io ero la nipote prediletta, anzi la persona di tutta la famiglia cui la nonna voleva più bene, e mi crogiolavo nel suo amore come al calore di un sole privato. La nonna mi voleva un bene illimitato e acritico, e questo irritava i miei genitori, coscienti che un bene così forte mi rendeva impervia al loro amore più ricco di sfumature, anzi: non solo impervia, ma indifferente alla minaccia che me lo negassero... cioè allunico vero potere che i genitori esercitano sui figli. Oppure no?
Andavamo spesso a trovare la nonna, soprattutto da quando era rimasta sola. Lei veniva da noi. Di domenica, per feste e compleanni. Un paio di volte alla settimana andavo io da lei attraversando il fiume in bicicletta, o passavo finita la scuola; la nonna mi invitava a portare le mie amiche, ma ero troppo timida. Non mi fermavo mai molto, la sua felicità di vedermi mi metteva a disagio. Mi preparava sempre i miei dolci preferiti, il porridge con la crema e lo zucchero di canna, la crostata di mele, la torta al cioccolato e nocciole, le caramelle fondenti, i pasticcini alla crema di limone... e io mi sedevo e mangiavo e lei mi guardava: e mangiando avevo fame, la fame era nella mia bocca. Anche adesso al ricordo di quei cibi mi ritorna la fame come un impulso improvviso, una pena. Nella bocca.
A casa la mamma mi chiedeva: "Ti sei rovinata lappetito unaltra volta?".
Il fiume che ci separava era il Cassadaga, che scorreva da est a ovest verso il lago Ontario attraversando la cittadina di Hammond, nello stato di New York.
Dopo la mia partenza, quando avevo diciotto anni, sono tornata a Hammond solo in visita. Adesso sono tutti morti e non torno più.
Il ponte che ci univa era quello di Ferry Street, un ponte che attraversammo centinaia di volte. La nonna viveva a sud del fiume (sei isolati a sud, due a ovest), noi a nord (sei isolati, e uno e mezzo a est), a circa cinque chilometri di distanza. Il ponte di Ferry Street, costruito nel 1919, era uno di quei ponti da incubo, lunghi e stretti e appuntiti la mia infanzia è piena di ponti del genere che correva dieci metri sopra il Cassadaga, con campate alte, ripide rampe su entrambi i lati, sei piloni di cemento, reticoli di ferro arrugginito e decorazioni neoclassiche in stile Chicago Commercial, che era poi lo stile architettonico di Hammond in generale.
Il ponte di Ferry Street. A volte, con il vento forte, lo sentivi ondeggiare, quando lo attraversavamo in auto con papà lui scherzava sul tremito delle assi, e da sotto quel tremito ci arrivava un rumore più cupo e più sinistro, la vibrazione ronzante del fiume, un mormorio, una carezza segreta alle piante dei piedi, alle natiche e fra le gambe, pertanto era un sollievo indescrivibile quando la macchina aveva superato indenne il ponte e scendeva la rampa verso riva. Il ponte di Ferry Street era talmente stretto che ci passavano a malapena due auto, ma soltanto una volta mio padre fu costretto a fermarsi, circa a tre quarti di strada: un camion carico di ghiaia puntava verso di noi e lautista non dava alcun segno di voler rallentare, così mio padre frenò, inserì precipitosamente la retromarcia e retrocedette rosso in viso, dopo di che il ponte di Ferry Street non fece mai più ridere né lui né i suoi passeggeri.
Laltro giorno, quel giorno di sole e vento quando ho visto il volto della nonna nello specchio, o meglio in quella superficie metallica nel centro cittadino, voglio dire, il volto che sembrava della nonna ma non lo era, ho cominciato a pensare al ponte di Ferry Street e da allora non ho più dormito bene, con il ponte nellocchio della mente, come vi capita quando avete linsonnia, e le immagini che dovrebbero stare dentro ai sogni vengono liberate e scorrazzano nel giorno come fatali emboli nel sangue. Non sapevo come avessi memorizzato quel ponte, e avevo dimenticato il perché.
Nel periodo a cui ripenso avevo dodici o tredici anni, so che avevo quelletà perché allora il ponte di Ferry Street era chiuso per riparazioni ed era su quel ponte di Ferry Street che passavo per andare a trovare la nonna. Non ricordo se fu una decisione consapevole o se mi incamminai e basta, senza sapere dove andavo e perché. Erano le tre del mattino. Nessuno sapeva dove fossi. Oltre le transenne e le insegne deviazione ponte interrotto, la luna era così accesa che mi illuminava la via come il viso di un folle.
Tante volte avevo osservato trepidante alcuni ragazzi del quartiere camminare con infinita lentezza fra le travi dacciaio del ponte scheletrico, le braccia aperte per tenersi in equilibrio: perciò sapevo che era fattibile e neanche troppo rischioso, sapevo di potercela fare se solo avevo coraggio, e mi sembrava di averne a sufficienza, e adesso era il momento di dimostrarlo. Sotto di me il fiume scorreva un po più alto del solito, era ottobre, era scesa parecchia pioggia, ma quella sera il cielo era limpido, le stelle come punture di ghiaccio, e quella luna splendida e lucente che mi rischiarava la via per cui pensai ce la farò già issandomi su quella che sarebbe stata la nuova superficie del ponte allorché finalmente lavessero ultimato: fatta non più di assi ma, modernamente, di una specie di struttura di ferro non ancora posata del tutto. Ma le travi dacciaio erano larghe una trentina di centimetri e si intrecciavano, quattro per la larghezza del fiume, e (le contavo attraversando, non dimenticherò mai quella conta) quattordici più strette poste perpendicolarmente alle prime; e circa un metro sotto queste travi cera un intrico di cavi che volendo si sarebbe potuto definire una rete, una rete di salvataggio, in effetti non cera pericolo, Ce la farò perché voglio farlo, perché non cè nessuno a fermarmi.
E sullaltra sponda, la casa della nonna. E anche se le imposte erano chiuse, anche se non potevo fare altro che osservarla in silenzio e poi tornare a casa senza mai raccontare a nessuno quello che avevo fatto, tuttavia avrei dimostrato qualcosa Perché non cè nessuno a fermarmi, che per me è stata una delle chiavi principali della vita. Rinnegare questa chiave significherebbe rinnegare tutta la mia vita.
Tremante di emozione, mi arrampicai su una delle travi. Ma comera fredda!... Ed ero uscita senza guanti.
E che chiasso quel fiume sotto di me, rombava come un applauso ironico; e puzzava, anche, di metallo e salmastro. Sapevo che non dovevo guardar giù, e mi tenni ben salda mentre si alzava un vento pungente che mi fece lacrimare, e pensavo Non puoi tornare indietro: mai, ma nel frattempo mi ripetevo che la trave era sicura, se fossi stata prudente, non li avevo visti i ragazzi attraversare senza scivolare? Non lo attraversavano anche i muratori, un sacco di volte al giorno? Decisi tuttavia di non alzarmi in piedi avevo paura ma di restare accovacciata reggendomi al bordo della trave con entrambe le mani e così, goffamente, avanzando un centimetro alla volta, rattrappita, prima il piede destro e poi il sinistro, e poi il destro e ancora il sinistro: superando la prima trave perpendicolare, poi la seconda e la terza e la quarta: così con questo sistema goffo e faticoso mi costrinsi a procedere fino a quando i muscoli delle cosce non mi fecero tanto male che dovetti fermarmi commettendo lerrore, che subito intesi come tale, di guardare in basso; vedendo il fiume dieci metri più sotto; quel suo scorrere così rapido e possente, da sembrare infuriato, e le spire dei mulinelli dacqua screziata di schiuma, minacciosa, che passava esattamente a perpendicolo rispetto alla direzione in cui mi muovevo.
"Oh no. Oh no. Oh no."
Unonda di terrore, fredda e tagliente, mi guizzò dentro, quasi letteralmente nelle viscere, trapassandomi in mezzo alle gambe, salendo dal fiume stesso, e non potei più muovermi, rimasi rannicchiata sulla trave incapace di fare una mossa, tutta la forza era stata risucchiata dai miei muscoli e io, paralizzata, sapevo che Stai per morire; certamente, morire benché con unaltra parte della mia mente (nella mia mente cè sempre questaltra parte) riflettessi con logica quasi didascalica che la trave era sicura, era abbastanza ampia, e abbastanza piana, e né umida, né gelata né viscida, ma sì, era sicura senzaltro: se per esempio fosse stato un pezzo del nostro cortile, se per esempio mio padre avesse adagiato unasse piana sullerba, unasse larga non più della metà della trave, io, Claire, non sarei forse riuscita a camminarvi sopra senza il minimo tremore, senza paura? con sicurezza? con grazia, persino? persino a occhi bendati? senza esitare neppure un momento? senza sbattere una palpebra, senza la minima palpitazione? Sai bene che non morirai: non fare la sciocca ma passarono almeno cinque minuti prima che mi obbligassi a ripartire, a spostare in avanti la gamba intorpidita, il piede indolenzito, mi costrinsi anche a guardare in alto fissando risolutamente gli occhi sulla riva opposta, o quella che con un atto di fede decisi che era la riva opposta, un caos di cavalletti e barili e attrezzature ora soltanto a chiazze illuminati dalla luna.
Ma ci arrivai, arrivai dove volevo, senza ricordarmi esattamente il perché neanche un momento.
Ecco, il peggio è passato: per adesso.
C O N T I N U A
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