Quando si vuole essere underground e si finisce per essere overground, la prima tentazione a cui non si deve resistere è quella di mettersi a fare i filologi della cazzata. Quando poi, dopo essere stati overground, si torna a essere underground (nel senso che non ti caga più nessuno), ecco che viene la tentazione di credere che la filologia della cazzata sia una scienza rigorosa, specialistica. Basta citare un po' di strutturalismo, i quaderni del '45 di Marx, un po' di Lacan e di Barthes: e il gioco è fatto. Arduo sarà scovare chi sia disposto a giocare a questo gioco: ma c'è sempre qualche ex, qualche nostalgico, qualche essere immalinconito disposto a partecipare a questo girotondo da vertigini.
Qua potrebbe finire la recensione a Merci di Culto di Fulvio Carmagnola e Mauro Ferraresi, per le stampre dell'underground/overground Castelvecchi. I due, ubriachi di Debord e di Accademia (notevoli le iper-note biografiche in quarta di copertina...), si mettono a fare quello che ha fatto, e con egregi risultati, il Marc Augé dei non-luoghi: prendono l'aspetto più significativo della contemporaneità e lo isolano, lo volatilizzano, ne fanno un'ontologia che vorrebbero ben più profonda di una normalissima notazione sociologica. Infine, dopo il concione, stendono grafici da Roberto Vacca, sacri e oscuri ed ermetici e riveriti da studiosi che, come le mosche nell'ambra, sono rimasti cristallizzati nella memoria dei Settanta, e fanno di tutto per farcelo sapere...