Non finiremo mai di dire che, attualmente, Maurice Dantec è uno dei migliori scrittori europei, uno che ha capito davvero che cosa sono i generi letterari e sa contaminare con accortezza e stravolta allegria. Così nasce un capolavoro del cyberpunk odierno come è, a tutti gli effetti, Le radici del male. Questo francese irregolare, regolarmente snobbato dalle piccole élite accademiche citalpine e cisalpine, ha varcato i confini del giallo, del noir, dell'hardboiled e, per l'appunto, del cyberpunk, per inventarsi un tramone degno del miglior Erickson, un intreccio che fa meditare. Su cosa? Sui rapporti tra Male e Bene, e sulle variabili impazzite del tecnologico e dell'umano, corresponsabili dell'abbattimento della struttura manichea a cui, tradizionalmente, conducono suddetti rapporti. L'indimenticabile figura di André Saltzman, psicopatico e serial killer, che uccide per scampare alle persecuzioni della falange nazi-extraterrestre, è degna di entrare a pieno titolo nel parnaso delle creature fuoriuscite dalle inquietanti viscere dell'AvantPop americano. Morto, Saltzman contamina, attraverso registrazioni video e audio e testi delle sue audizioni, la matrice del protagonista del libro, uno psicopatologo col vizio dell'informatica avanzata. E dal presente si passa direttamente a un plausibile futuro: davvero Saltzman, questo Tagliaerbe letterario schizofrenico, era il serial killer depositario dei segreti di tutti gli assassinii attribuitigli? Oppure qualcosa di ancora più inimmaginabile e mostruoso, qualcosa che sta tra il nazista e l'extraterrestre, si muove dietro le quinte? Incursioni sadomaso, escursioni geografiche, trascorsi mnemonici, futurologia d'assalto, indagini storiografiche: da Freud alla Guardia di Ferro rumena, il piatto offerto da Dantec è ricchissimo. La scrittura, seppure irrobustita dall'ottima traduzione di Luigi Bernardi, è un po' meno ricca. Però vale la pena di leggere Dantec: diverte e fa meditare. E' più di quanto oggi offra la maggior parte degli autori.