Il cuore al servizio del bene:
quanto soffrire che ne viene,
a rischio la vita stessa, la libertà
unica possibile è fuga
dalla bontà.
Oppure:
Silenzio dell'universo
è lingua di chi si è perso
e tutto ha lasciato, dato:
parola di chi è annullato.
Silenzio colmo di voci:
non sono mai feroci,
non chiedono più salvezza.
Cesare Viviani ha attraversato differenti periodi (e non mode), prima di approdare a una poesia che pare riconciliata con se stessa, con l'uomo, con gli esiti finali di una ricerca meditabonda ed efficace sul Male assoluto e sulle origini del vivere e del pensare. Il risultato ultimativo di questa ricerca (iniziata, al principiare degli anni Novanta, con l'Opera lasciata sola e continuata fino a Una comunità degli animi) è questo Silenzio dell'universo, dove Viviani abbandona le tracce degli heideggerismi che condizionavano la sua poesia precedente, e si riappropria di una felicità espressiva totale, che ricorda (tenute presenti le differenze formali) le stuckenprose di Robert Walser. Torna, in un'estrema mimesi del linguaggio rispetto al mondo del dettato, anche la rima, piana e priva delle insidie che, solitamente, si nascondo nelle pieghe del linguaggio in genere, e in quello poetico in particolare. Una felice prova di maturità, estenuata e serena, al di là di ogni possibile al di là, anche di quello ermeneutico. Un libro di inizio millennio che concede indicazioni importanti su quanto sta elaborando la poesia italiana.