Per quanto ci sia doloroso dare ragione al Trombone-Che-Fa-Finta-Di-Non-Esserlo, Guido Almansi, Americana non è il libro più bello di DeLillo, anche perché è praticamente il primo scritto dal genio di Underworld e di Rumore bianco. Manca, cioè, un elemento essenziale alla poetica del più grande autore americano vivente (insieme a Thomas Pynchon, ovviamente): cioè, quel delirio cospirativo che diviene una lente eccezionale per scrutare le nevrosi e le paranoie di quegli uomini ormai non più uomini che sono gli americani del Dopoguerra. Manca l'afflato paranoide che DeLillo ha profuso in capolavori come Libra o Cane che Corre. C'è già, invece, l'attenta osservazione dell'invasione delle immagini e delle cose che rubano spazio a un'umanità sempre più esigua e striminzita, sia dal punto di vista cognitivo sia da quello affettivo e spirituale. Un libro vicino a ciò che sarebbe poi stato il minimalismo di targa statunitense (si pensa a Carver in parecchi scorci: letti, ovviamente, a posteriori, visto che il romanzo è uscito nel 1971). E ci sono squarci in cui la letteratura si disfa della sociologia (anzi, di quell'ontologia sociologica che ha fatto la fortuna di tutto il romanzo americano che è sceso a patti con la realtà, da Wolfe a Updike). Basti pensare alla scena iniziale, una festa snobbettina e falso-liberal in cui ci si sente come in un film di Antonioni: un ballo del Gattopardo alla rovescia.
Il protagonista, David Bell, è un giovane pezzo grosso di un network televisivo che abbandona tutto per mettersi on the road, insieme a due improbabili compagni di viaggio. Il suo trip per gli Usa viene filtrato attraverso una telecamera: David vuole girare appunti di viaggio che rendano conto della verità del Paese. Lunghe pause e momenti di pura, verticale letteratura. Da leggere assolutamente per gli amanti di DeLillo, sapendo che è un altro DeLillo rispetto a quello che hanno amato finora.