Come si sarà capito dalle tirate a cui si è lasciata andare, in precedenza, la Società delle Menti, è chiaro che Stile Libero non ci piace e meno ci piacciono i curatori della collezioncina pseudo-pop, furbina, maliziosa e attenta al marketing, che rispondono ai nomi di Paolo Repetti e Severino Cesari. O meglio: Severino Cesari è almeno un uomo che ha una dignità intellettuale e ha fatto cose importanti per l'editoria italiana, ha gusto e cultura. Paolo Repetti, invece, è un uomo da salotto, uno di quelli che telefonano ai recensori del Corriere dalle tre alle quattro volte al giorno, per ottenere un plauso a mezzo stampa. Vogliamo stroncare tutto lo stroncabile della faccia giovanile di Einaudi. Ma questo Quando eravamo re, sinceramente, merita un plauso, e non una stroncatura.
Si tratta della versione testuale e di quella cinematografica più nota col titolo anglosassone di When we were kings. E' la cronaca di un evento planetario: l'incontro Muhammed Alì-George Foreman disputatosi a Kinshasha, nello Zaire. Data fatale: 30 ottobre 1974. Il che significò: pop, beat, rap, rivoluzione e sogni, funky, Usa d'esportazione. Partecipano, all'evocazione di quello show trasmesso per tutte le antenne del pianeta, scrittori come Mailer, Wolfe, Oates. Il montaggio di filmati originali è intervallato da interviste che, in un eccezionale processo di contaminazione tra uno ieri che preconizzava l'oggi e un'oggi che si piega su ieri. Una straordinaria operazione cinematografica, un esperimento di non-fiction ben più divertente e significativo di qualunque tentativo di fare, della fiction, lo strumento per interpretare il nostro presente americano.
Leon Gast e AA.VV., Quando eravamo re, , Einaudi Stile Libero, 35.000