Paul Virilio è un fascista, come sostengono gli ambienti più illuminati dell'underground? Sì, se la nuova accezione di "fascismo" deve investire aree ambigue come quelle dello sconcertante timore luddista e profetismo apocalittico intorno alle novità dell'hi-tech e della società dell'informazione. Per Virilio, la questione della tecnoscienza si traduce in un gesto immediato e in una decisione perentoria e definitiva: prendere o lasciare. Virilio, per inciso, lascia.
Un fascismo che non c'entra nulla col fascismo sottintende un'intellettualità che non c'entra nulla con l'intellettualità. Invece Virilio è un fior d'intellettuale. Per questo sorprende che caschi in vizi retorici (punti esclamativi a iosa, maiuscole in generosa profusione) utilizzati per mettere in guardia (o sull'attenti) di fronte non più ai rischi imminenti della tecnoscienza, ma al dispiegamento attuale del suo potenziale bellico. Di quale guerra si sta parlando? Di una guerra condotta dall'inorganico, dal virtuale e dall'ubiquitario contro l'anima. Ma esiste un'anima? Un materialista come Virilio, se si mette a impegnare termini simili, dà segnali sconfortanti sull'attuale "pensiero dell'anima" che ha contraddistinto la filosofia occidentale dai suoi esordi a oggi.
Comunque la scrittura di Virilio è sinuosa e seducente. Gli urli di dolore lanciati dal teorico francese - fondatore della dromologia e interprete dell'ubiqua ambiguità del contemporaneo - riguardano una realtà effettiva e anche superata. E' facile vedere quali siano gli esiti della metafisica della tecnica e imputarla alla voracità pionieristica dello sguardo americano gettato sulla Frontiera, dopotutto, è scontato. Ma è una delle poche occasioni che abbiamo per ragionare, sotto l'ombrello aperto da un pensatore o ex pensatore che sia.