"Ho visto cose che voi umani non potreste mai immaginare: ho visto navi spaziali affondare colpite da un iceberg siderale; ho visto stelle smettere di bruciare perché, dicevano, il fumo fa male; e ho visto Stefano Benni scrivere un libro brutto e commerciale".
Se eravate innamorati di Mara May, la regina del porno muto, se sognavate una vacanza su Bludus, se il vostro più grande desiderio era ascoltare i Last Tear e i Mamma Mettimi Giù conversando con Lucio Lucertola nel bar sotto il mare, se avete ancora sulla mano un tatuaggio a forma di fiocco di neve, insomma se eravate i più fedeli ammiratori di Benni e raspavate sulle saracinesche chiuse delle librerie come il cane sulla tomba del padrone in attesa del suo ultimo libro, comprate Spiriti. Se invece non conoscete l'autore, compratene un altro.
Tutti possono sbagliare. E a Benni si perdonano molte cose. Anche Bar Sport 2000, il suo penultimo, brutta, bruttissima copia del glorioso Bar sport, capace di provocare attacchi di risa convulse anche a un becchino in crisi depressiva. E anche Spiriti, storiella già vista di bambini salvamondo figurae Christi, entità buone e cattive, presidenti impotenti, pesci parlanti e supermegacattivoni intergalattici.
Il plot: il pianeta è sull'orlo dell'ecocatastrofe, causata naturalmente dagli uomini cattivi; gli spiriti del titolo, con l'aiuto di due magici gemellini (un maschio e una femmina per par condicio), vogliono salvare l'umanità da se stessa ma non sono sicuri che ne valga la pena. Contro di loro, Max, il presidente che non conta niente, Hacarus, l'uomo più potente e più bieco dell'universo, e soprattutto Enoma, spirito del tempo, che visto il tempo non può che essere malvagio cinico crudele perverso.
Per il resto tutto il volume è infestato da legioni di microdivinità di tutti i tipi, saggezza del buon tempo che fu, agnizioni, scagnozzi governativi, voodoo buono e cattivo, sacrifici e olocausti, isole un tempo felici, oltre ovviamente a una galleria di personaggi di contorno talmente scemi e cliché da non funzionare nemmeno come caricature. Il tutto poi condito da una morale sospesa tra il noncindurreintentazione e il nonditechenonvelavevodetto. Ma non preoccupatevi, finisce tutto a tarallucci e vino benché con un massiccio intervento del soprannaturale, come d'altronde sempre nei suoi libri più recenti (dev'essere la sinistra al governo che gli ha ridato fiducia. Prima finiva in genere con i buoni che anche se riuscivano se la prendevano dove non batte il sole).
"Ci sarà gran ridanza e gran piangianza" è lo slogan di lancio del libro. Magari! Giuro che suscita solo gran perplessanza. Il nostro Benniamato sembra aver perso per strada buona parte della sua triste sorridente ironia, della leggerezza fantasiosa da Libellula e della capacità di inventare mondi dall'ombra di un albero su un muro, insomma delle caratteristiche della sua scrittura. Spiriti è un libro da dimenticare, su cui bisogna chiudere un occhio, nessuno è perfetto, errare humanum est e kettoccafà peccampà.
L'unico capitolo old style e davvero gradevole è il nono: uno spirito alla ricerca della bambina magica si imbatte in tutti gli animali condominiali possibili, descritti con tale piacevole facilità che a ben sperar ci è cagione. Per il resto, questo sarcasmo spicciolo, graffiante quanto un gattino appena nato, assomiglia di più alla comicità falsamente trasgressiva da Benni stesso più volte irrisa che al lucido ma sereno specchio di tempi e costumi che il volume promette. Alla fine, Spiriti risulta soltanto un pastone confuso di idee già viste (e già sfruttate) in altri romanzi, con qualche buono spunto, ma purtroppo niente di più.