Vorremmo tanto vedere Aldo Busi nei suoi veri panni: quelli di esperto traduttore di letteratura straniera e di studioso di storia inglese. Quando, di rado, Busi li veste, i risultati sono apprezzabili. Basti ricordare l'edizione de "Il ritratto di Dorian Gray" per i tipi di Feltrinelli, dove l'atipico Aldo la sua figura la fa sia come traduttore che come curatore dell'opera intera. E invece no! Busi continua imperterrito per la sua strada di valletta dei poveri, gradito ospite dei salotti televisivi romani. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: Casanova di se stesso è la dimostrazione lampante del perché la gente in Italia legga sempre di meno. Che cosa spinge un lettore ad acquistare, e tantomeno a leggere, la nuova fatica editoriale di Busi, che è solo ed esclusivamente un insieme più o meno sconclusionato di parole? Ormai anche la scusa della curiosità non funziona più: di Busi tutti sanno e hanno visto tutto, fin troppo. E nel Casanova l'autore non fa nient'altro che confessarsi di nuovo, mettendo a nudo l'ovvio e cercando di nascondere ciò che a nessuno interessa scoprire: il suo cervello. A questo punto a Busi rimangono due possibilità: smettere di scrivere e proporsi come valletta di "Striscia la notizia", oppure smettere di scrivere e iniziare a leggere. Così, senza impegno, giusto per imparare come si mettono una dietro l'altra due parole in croce.