Esce l'Autoantologia di Giancarlo Majorino nella collana degli Elefanti garzantiani e, almeno per la poesia, è un piccolo evento. Forse più che i Meridiani di Mondadori, infatti, gli Elefanti garantiscono la definitiva collocazione di un poeta all'interno della tradizione italiana (basti pensare a Rebora, a Penna, a Raboni). Ed è importante che, in quest'opera lenta e accurata di sistemazione della letteratura contemporanea, entri a pieno titolo uno degli storici battitori liberi della poesia italiana. Giancarlo Majorino è stato e continua a essere un intellettuale a parte nell'orizzonte dell'alta letteratura nazionale. Misinterpretazioni della sua poesia, spesso tacciata per incompetenza di avanguardismo, ne hanno minato un successo che, francamente, doveva essergli assicurato ben prima di questa semi-opera omnia. Dal folgorante esordio de La capitale del Nord fino allo splendido e struggente controcanto di Provvisorio, Majorino ha proseguito una ricerca che coniuga intimità e sapere, collettività e fisiologia, con modalità stilistiche uniche nel suo genere, nonostante i corroboranti apporti di poeti quali Pagliarani, un certo Zanzotto, il Sereni meno "alto". Accanto agli apporti italiani, i modelli stranieri (da Eliot a Brecht) sostanziano un'antilirica tutta giocata sul contemporaneo, nutrita dalla filosofia e dalla storia del pensiero. Fino all'apertura terminale, quella degli inediti presentati in questo corposo volume, poesie splendide che accennano a una riconciliazione col mondo e un approfondimento dell'impianto allegorico, che in Majorino ha sempre teso trappole al lettore.