Nove racconti che, a detta dei critici del New Yorker, e poi dei soloni del Pulitzer 2000, dovrebbero cambiare la storia della letteratura di inizio secolo. Non è così, ovviamente, ma va detto che, con tutta probabilità, leggendo L'interprete dei malanni di Jhumpa Lahiri ci troviamo di fronte a una scrittura tra le più notevoli nel panorama odierno e - sperabilmente - al cospetto di un'autrice ben più attrezzata di Arundhati Roy per emergere come degna apostola della letteratura indiana da meticciato, quell'universo sconsolante e meraviglioso da cui è stata partorita la scrittura di Salman Rushdie. Non guasta al marketing editoriale il fatto che Lahiri sia una splendida donna (non guastò nemmeno che lo fosse anche la Roy). Nata in Inghilterra da genitori bengalesi, si è presto trasferita in America e di questo viaggio - interiore prima che intercontinentale - ha deciso di scrivere. La sua ammaliante ma incisiva narrativa considera le implicazioni - poetiche e impoetiche - che la condizione di indiano-statunitense di seconda generazione hanno sull'assetto emotivo e psichico dell'immigrato: "Crescere non è stato semplice, perché mi sembrava che a crescere, in realtà, fossero due persone: quella legata alle tradizioni indiane e quella proiettata nella frenesia americana" ha dichiarato Lahiri. "Prendete adesso, subito dopo l'assegnazione del Pulitzer: sono frastornata, non capisco più nulla, eppure sono io, l'indiana Jhumpa Lahiri".
Racconti, in ogni caso, formidabili: "un occhio attento alle sfumature, un orecchio che capta l'ironia", come hanno sottolineato i critici del New Yorker, fanno dell'intuito narrativo di questa giovane scrittrice un'acquisizione per la letteratura mondiale (il che, oggi, significa letteratura tout court, a quanto pare). L'unica attesa che rimane da spendere, a questo punto, è per l'uscita di un romanzo, in cui alle suggestioni subentri una struttura. Vedremo se Lahiri reggerà il colpo...