Il caso Fosco Maraini si abbatte sui salotti editoriali romani: è la seconda volta in pochi anni - dopo Enzo Siciliano - che Mondadori candida un sicuro vincitore al Premio Strega, togliendo quella patina di polverosa suspance al concorso a premi; last but not least, è la seconda volta in due anni che un Maraini vince il Premio Strega - era andato a Dacia, figlia di Fosco, l'anno scorso -. Che dire di tutto ciò? Che a divertirsi sono i soliti padrini e i soliti pulitori di parquet dei salotti capitolini, occupati a chiacchierare e spettegolare, ad accaparrarsi voti già accaparrati, a ridurre lo spazio vitale della letteratura con gioiosa e funebre ilarità.
Veniamo al libro. Un tomone di ricordi di una specie di glorioso Jacques Cousteau delle civiltà, orientalista e antropologo, scalatore e immersionista etologico, totem e fac totum. Come è scontato, non si tratta di un grande scrittore, bensì di un uomo che ha molto visto e molto vissuto e che ha avuto la sfiga di dare i natali a una come Dacia Maraini. Però è bella l'idea che si spenda, una volta tanto, dell'esperienza e del coraggio, quando la quasi totalità degli scrittori contemporanei fa di mestiere, al massimo, il bibliotecario, come dimostra il nuovo prodotto editoriale di Giorgio Van Straten, un toscano della vecchia nuova generazione, uno che è inserito alla grande nel giro romano ruotante attorno al Siciliano di cui sopra, uno scriba di Nuovi Argomenti che còmpita argomenti vecchissimi, e che, quanto a vita ed esperienza, ne ha spesa così poca che è meglio che continui a scrivere di quella dei suoi antenati. Il fatto che il libro di Maraini esca nella stessa collana dell'operazione di marketing esistenzialista condotta da Van Straten, in effetti, ce la dice lunga sulla coerenza e sull'assetto editoriale delle collane "alte" dell'editoria italico-romana.