E' possibile stroncare Giulio Mozzi? No davvero, visto che è uno dei pochi scrittori italiani che abbia coscienza di ciò che fa, cioè lo scrittore. Conosce le implicazioni teoriche della narrativa, ha una spiccata sensibilità per la lingua, è un prosatore tradizionale ma non per questo innocente (anzi, Mozzi è uno dei più crudeli scrittori italiani). Ciò che viene da domandarsi, invece, è: perché Mozzi, che scrive racconti e non sa scrivere un romanzo, si mette a redigere un poemone di tremila versi?
Lo stato attuale della poesia italiana è allucinante, non soltanto dal punto di vista editoriale. I poeti non sanno più scrivere versi, non solo perché non studiano più come si scrivono i versi, ma perché non li "sentono" più, evento maggiormente drammatico ed esiziale. Oscura tempesta. La poesia italiana, grande protagonista della letteratura mondiale del Novecento, lamenta una perdita di fiducia (nella lingua, nella struttura, nel verso: in pratica, nella poesia stessa), che è sfiducia esterna e interna, nel pubblico e nei ventricoli dei poeti stessi. Allora l'atto poetico di Mozzi dovrebbe identificarsi in uno di questi due risultati: o abbiamo una rivelazione sconcertante, un poeta che viene dal di fuori della comunità dei poeti, diciamo un Poeta della Provvidenza; o abbiamo un esito fatale, perché una grande casa editrice come Einaudi ci dice che è poeta uno che poeta non è. Colpa di Mozzi o colpa dell'Einaudi? A vedere le prove poetiche di Mozzi pubblicate su Poesia di Crocetti, a dire il vero, si resta più sconsolati che delusi; il che non depone a favore del poemone einaudiano. Eppure la questione posta da Mozzi è fondamentale, laddove il culto dei morti viene speso in chiave nazionalistica, identificando nella poesia una chiave non soltanto linguistica ma tematica della nostra vita civile. Opere di questo tipo hanno fondato l'Italia, da Dante a Foscolo, da Leopardi a Fortini: Mozzi è all'altezza di questi nomi?
Giulio Mozzi, Il culto dei morti nell'Italia contemporanea, Einaudi, 16.000 lire