"Allora? Cosa sei andato a fare a New York?" chiede la signora Maigret al suo bradipico consorte. "Nulla. Assolutamente nulla" risponde l'homme di Quai des Orfèvres. In questo disincanto pacioso, che nasconde nel proprio cuore bianco un ventricolo nero, sta tutta la filosofia di Maigret, l'icona polar creata dal genio di Georges Simenon, uno dei maggiori scrittori francesi del Novecento (così la pensò, almeno, Gide). Dopo anni di assenza dagli scaffali librari (non solo italiani: il titolo è fuori catalogo anche negli States e nella stessa Francia), Adelphi ripropone il magistrale Maigret a New York: un'avventura nel sottomondo americano, che l'occhio appannato di calvados non giudica, ma registra in maniera opaca ed epidermica, individuandone le membrane e cartilagini più inutili e meno virtuose, e lanciando un'inevitabile profezia sugli Stati Uniti Finali del Mondo (per intenderci, quelli di cui si sta parlando in questo periodo, tra conati anti Mc Donald e abluzioni in Coca-Cola). Summa di quello che è sempre stato, il Maigret newyorkese è quintessenza di un nazionalismo europeo che, anche letterariamente, si scontra sul terreno prediletto dal marketing editoriale americano: il poliziesco, il thriller, la suspence. Lo fa all'europea, individuando una via continentale che i nostri scrittori non hanno nemmeno intravisto. Simenon, in questo lavoro gaullista di protezionismo della narrativa europea, è davvero un'avanguardia inesplorata, e non riducibile alla zuppa di cipolle parigina e al tabacco da pipa di cui fa largo uso il suo commissario, e nemmeno alle icone tristi e bonarie di Jean Gabin o di Gino Cervi (anche se dovrebbe fare pensare il modo in cui, grazie a Maigret, la letteratura ha pervaso la tv degli esordi, ricavandone archetipi pop, quali sono appunto i volti di Gabin e Cervi).
Questa volta Maigret si riposa. Questa volta, come al solito, il suo riposo (in riva alla Loira) viene disturbato: è pronto per lui un caso importante, niente meno che a Manhattan. E il povero commissario si ritrova sballottato tra fusi orari, gangster e grattacieli, mentre l'assurda compagnia di un ex clown, di un enigmatico milionario e di una gloria dello spettacolo gli mostreranno il volto nascosto della Grande Mela, cioè dell'America (meditate gente, meditate: tutto ciò sembra essere un capitolo aggiuntivo di un'altra America, quella di Kafka). Maigret, nonostante tutto, si trova bene a New York, anche se le ironie e i metodi dei suoi colleghi statunitensi lo irritano o lo rendono cupo e depresso. Risolverà il caso, come sempre, e riporterà intatti e interi i risultati della sua indagini, confidati con nonchalance a sua moglie: in America, Maigret ha avuto a che fare con qualcosa di preciso: il "nulla".
Georges Simenon, Maigret a New York, Adelphi, 12.000 lire