Vogliamo dire un'eresia? Il Partito d'Azione ha rovinato l'Italia. O meglio: i personaggi che ne sono usciti, pari a padri della patria solo nell'immaginario collettivo e proprio, hanno distrutto l'ideale repubblicano, hanno tramato contro i cattolici, sono stati omogenei alla politica democristiana e hanno portato l'Italia a essere - come nei progetti - uno dei sudditi dell'invisibile egemonia britannica, a dismettere non soltanto il patrimonio ideale di una nazione fragile come è quella italiana, ma anche il minimo concetto di responsabilità civile (strenuamente decostruita attraverso l'iperlaicismo degli intellettuali, peraltro eclissatisi, a fronte di un crescente "ma che me ne fotte?" espresso dal popolo tricolare davanti alla cosa pubblica). Poca retorica: non ci riferiamo a gente come Ferruccio Parri, bensì a gente come Ciampi (si legga bene cosa ne disse Moro), La Malfa senior e junior (si legga bene ciò che ne dice Barnabei in L'uomo di fiducia), Mattioli, Cuccia e tutte le altre papille che solleticarono le pliche tecnocratiche. Non si può immaginare Scelba senza pensare - radicalmente - a cosa fu la politica atlantica e filobritannica condotta con gioioso entusiasmo da liberali e repubblicani ex azionisti. Non si può pensare alla svolta del '92 senza riflettere sull'infame speculazione condotta contro la lira, anche grazie alle esitazioni dell'attuale Capo dello Stato.
Da dove emerge l'ideologia azionista? La massonica Torino, accusata nelle pagine rivelatrici del succitato libro di Ettore Bernabei, fu davvero il cuore pulsante dell'intellettualità azionista e, più in generale, neoitalica? Questione scottante, se attorno al libro di D'Orsini si è recentemente scatenato il pandemonio su Corriere e Repubblica, che ha investito la schiera tutta degli intellettuali retro, i quali hanno risposto con già conosciuta tronfiaggine. La questione si è spostata sull'azionismo a partire dalla tesi dell'autore di La cultura a Torino tra le due guerre, tesi che pone Torino al centro del crogiolo culturale in cui si fece e si disfece (o si sfece e si fece sul serio) l'Italia, passando attraverso il tragico serchio del periodo fascista.
Se invocare stramaledizioni divine nei confronti degli anglosassoni merita ancora oggi l'accusa di "essere di destra", è consentito tuttavia stramaledire chi sta svendendo o ha svenduto il nostro Paese all'economia in bombetta nera?
Angelo D'Orsini, La cultura a Torino tra le due guerre, Einaudi, 38.000 lire