Gian Antonio Stella è il tipico esempio del giornalista che aspira a fare lo scrittore. La stirpe, purtroppo, è vasta: da Enzo Biagi a Indro Montanelli, da Giorgio Bocca a Sergio Romano. Il problema è che i giornalisti scrivono da giornalisti. Cioè, in poche parole, non sanno scrivere. E se, per grazia ricevuta, riescono a esaurire tutto il loro pensiero nelle canoniche sessanta righe che gli mettono a disposizione, figurarsi che cosa ti combinano con la briglia sciolta di un libro. Aprendo Chic, l'ultima fatica editoriale del buon Gian Antonio, ci si addentra in un universo sincopato di pezzulli che van bene per "Epoca" o per "Stop", ma non certo per uno di quei cosi tutti rilegati che si chiamano libri. Tra le pagine di Chic si ritrova quell'Italia da operetta che non esiste più, o che almeno esiste solo in parte, e che fa' comodo riprendere ogni tanto per coprire il vuoto di idee dei libri di costume contemporanei. Stella si esalta per parrucchieri psichiatri e cantautori pauperisti con molte più macchine di una concessionaria, partecipa a matrimoni con cammelli a nolo in onore degli arabi che comprano i materassi aziendali, abita in condominii a Montecarlo stracolmi di evasori con il dono dell'ubiquità, per viaggiare infine su yacht con mille metri quadrati di marmo e libri di compensato. Il risultato? Un reportage con tanto di nomi e cognomi sugli Italiani ricchi e sboroni che vogliono far sapere a tutti di avere il grano. Divertente certo. Interessante? Il giudizio lo lasciamo in sospeso, anche se viene da chiedersi per quale motivo un lettore debba entrare in libreria, cercare tra gli scaffali, pagare trentamilalire per leggersi un libro così. Per fortuna, di comodini traballanti ce ne sono ancora molti in circolazione.