Siamo tutti d'accordo sul fatto che Albertone Bevilacqua sia un pazzo. Certe performance non si dimenticano. Basti ricordare l'affettuoso vittimismo sproloquiante sulla propria depressione e sugli amici che abbandonano: ebbe luogo a Domenica In, davanti agli occhi attoniti e alle orecchie incredule di Mara Venier. Oppure l'increscioso special di Rete4 sulla fantomatica verità contenuta nei crittogrammi di Anima amante, uno dei libri peggiori mai sfornati dalla nostra editoria. E già con terrore pensiamo alla raccolta scelta di interventi pubblicati nella sua ineffabile rubrica settimanale, "Sorrisi dal mistero": già è misterioso il fatto che Albertone sorrida, figuriamoci se pensiamo a questo scrittore-regista che si mette a fare il misterioso... Ma Alberto Bevilacqua è sempre stato un po' misterioso. Lo conferma il suo primo romanzo, La polvere sull'erba, finora inedito, consegnato a Einaudi per una consacrazione che ha l'inquietante sentore della celebrazione postmortem. Fu Sciascia il primo editor di un certo livello a sfogliare lo scatenato manoscritto di Bevilacqua. Correva l'anno 1955, l'ideologia resistenziale era più salda che mai nel governo delle cose culturali d'Italia: troppo recenti le suture a ventennali ferite inflitte alla nazione dal regime fascista, troppo folta la schiera di chi stava in attesa di una causa occasionale per riportare il dito al grilletto. E così, scrittore di nota impronta civile, Sciascia ebbe paura e non pubblicò il libro del giovane esordiente. Sappiamo tutti come è andata: Bevilacqua ebbe il favore e l'affetto di Pasolini e dei romani, ma solo nella fase iniziale della sua carriera letteraria. Poi tutti lo abbandonarono, quando - primo fra gli italiani - tentò la strada impervia del bestseller d'autore - e, va detto onestamente, con qualche notevole successo, non solo in termini di mercato-.
Bevilacqua, di vaccate, ne ha pubblicate a iosa. Però questo La polvere sull'erba è un gran libro, c'è poco da dire. Sventra dall'interno la tradizione tutta del romanzo a sfondo resistenziale, con una lingua fantasmagorica e grazie all'impiego di un sapere popolare straordinario, incarnato da quello scorcio di pianura padana che è stato, da sempre, il centro affabulatorio di Bevilacqua. Scabroso, in questa operazione che mi sembra avvicinare il sentimento brumoso di una Padania da guerriglia alle stanche fantasie della Bahia di Amado, è semmai l'impiego di una verità storica che viene enunciata con mediazioni drammatiche: si tratta della triste vicenda del Triangolo Rosso, delle reciproche rappresaglie tra ideologie affini soltanto nell'efferatezza della propria pavidità. Tratto fondamentale del genoma italiano: di questo, già 45 anni fa, ragionava il nostro Albertone. Postumo, ma ugualmente entusiasta, va a lui il plauso per questo atto di coraggio....