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  N. di ERNESTO FERRERO
Ernesto FerreroErnesto Ferrero è un buon uomo. Ha rivestito e riveste importanti cariche all'interno della sconfinata baraccopoli dell'editoria italiana. Quando lavorava alla Mondadori, in qualità di editor dell'area classica e narrativa, lo chiamavano "Ferrero Noncè", perché non c'era mai: è come un diplomatico, un vecchio marpione dei salotti letterari, il meglio che c'è sul mercato per costruirsi una prestigiosa piccola casa editrice. O una grossa, a piacimento. Infatti, grazie soprattutto a Ferrero (ma anche a Fazio), Einaudi è rinata (lasciamo perdere la disavventura di Stile Libero: ogni pargolo, per quanto adorabile, se ben osservato, qualche difettuccio ce l'ha). Sì, Ferrero è un ambasciatore, un ambasciatore letterario. In più, è anche uno scrittore (bravo). C'è un altro ambasciatore (in senso strettamente diplomatico) che fa lo scrittore e si chiama Luigi Meneghello. C'è grossa differenza tra questi due uomini. Uno (Meneghello) fa letteratura, mentre l'altro (Ferrero) sa cos'è la letteratura. Sembra uno scarto da niente, e invece questo piccolo baratro mette a nudo quanto di terribilmente anodino si sta portando dietro la narrativa italiana al giorno d'oggi.
In cosa consiste l'ultimo e più glorioso libro di Ernesto Ferrero, questo N. onnipresente sulle pagine culturali dei giornali e nelle più varie vetrine? Anzitutto, in un evento di marketing editoriale, purtroppo con molti precedenti. L'estenuante battaglia intramondadoriana al Premio Strega riporta alla mente scene indecenti degli ultimi anni (la vittoria da festa dell'Unità ciociara di Siciliano, per esempio; o le lacrime Maraine l'anno scorso). Contenti loro (i romani dai Nuovi Argomenti)...
Indipendentemente da questo baillamme extraletterario, N. di Ferrero è da stroncare per la sua assurda pervicacia nel riproporre un romanzo storico ben al di sotto di quanto Ferrero potrebbe dare. La Bellonci dei Gonzaga o lo Spinosa dei re e delle regine hanno determinato, a differenti gradi d'intensità, la decadenza di un genere letterario che vantava tradizioni complesse. Con N., Ferrero tenta stancamente di rilanciare tale genere, ma non ci riesce. Perché? Proprio perché la vecchia letteratura non è più in grado di interpretare il presente: non ce la fa, anche se vorrebbe farcela (come ogni letteratura in ogni tempo). In sovrappiù, una letteratura che non riesce a fare esperienza del suo tempo risulta incapace di fare esperienza di ogni tempo: a principiare dal passato. Così non è insolito che Ferrero, in un'intervista rilasciata ad Alice, affermi: "Napoleone sapeva motivare e caricare i propri soldati come nessun altro. Che è poi, mutatis mutandis, quello che sa fare, in tutt'altro contesto, Berlusconi con i suoi venditori. Entrambi straordinari 'motivatori' di uomini". E' qui che si gioca il patetico destino della narrativa contemporanea italiana: il Napoleone di Ferrero non si stacca da una patina che verrebbe da definire "torinese", pretende di addivenire a un destino postumo di tipo catodico, ma non coglie il bersaglio, si porta addosso chili di polvere non sua (è quella della vecchia letteratura che cerca di riesumarlo). E', si badi, la medesima ambizione di ciò che viene fuori dal postmoderno. Solo che l'AvantPop porta a casa il risultato. Ferrero, invece, no.

Ernesto Ferrero, N., Einaudi, 25.600 lire (sconto iBS)

  di Giuseppe Genna
   data: 3 lug 2000 protezione contenuti: assente Aiuto  

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