Anche coloro che sono da anni impegnati in uno strenuo rifiuto della narrativa di Calvino, anche i più acerrimi e rivoltosi avversari del suo razionalismo mitografico e della sua gelida prosa, anche i suoi più intimi nemici (che ora hanno ottant'anni per gamba) e i fustigatori dei suoi scherani e proseliti alla Cannobbio: tutti costoro (tra i quali lo scrivente) non possono evitare di ammettere che la figura di Italo Calvino è centrale nella storia culturale e letteraria d'Italia. Le sue intuizioni, la sua opera editoriale, le battaglie di idee in cui si impegnò in prima persona appartengono alla leggenda di un tempo che, francamente, ci lascia mutilati e attoniti nel constatare che l'editoria, oggi, è fatta da gente come Repetti e non da maestri come Vittorini. Storicizzata la questione comunista nelle cui spire Calvino fu avvolto anche e soprattutto a proposito dell'attività di consulente letterario, resta uno scenario maestoso, vivido e contraddittorio in cui le idee, i principi e le geniali intuizioni critiche e teoriche si muovevano alla velocità della luce. Le discussioni interminabili con Pavese, Fortini, Vittorini stesso, Sciascia, Pasolini e quant'altri furono protagonisti della seconda metà del Novecento non stimolano in noi una sterile nostalgia, bensì costituiscono un severo metro di giudizio per valutare l'oggi, che si schianta - con la sua messe di cover dai colori acidi, con la sua roboante macchina di marketing che lavora a favore del nulla - contro la barriera mentale eretta da scrittori che avevano in mente un compito ben preciso da assegnare alla letteratura italiana: quello di rendere conto, una volta di più, di un'immagine veritiera e mimetica dell'uomo.
Ben vengano quindi le Lettere di Calvino stese dal '40 all'85 che Mondadori confeziona in un Meridiano straordinario: una testimonianza dal vivo di un'epoca di idee ed errori, di passioni e di conoscenze. Corpo a corpo potenti e incredibili (basti leggere, nel corso dei quasi cinquant'anni di epistolari, gli scontri e gli aggressivi minuetti che ebbero come protagonisti lo stesso Calvino e, per fare un nome tra i molti, Fortini), pensieri e poetiche messi su carta ed entrati nel sistema nervoso dell'ultima intellighentsia italiana, autoriflessioni non oziose sul ruolo e le responsabilità implicite nell'essere intellettuale: un prodigioso ritratto non tanto di come eravamo, quanto di come erano loro. Non siamo nemmeno nani sulle spalle dei giganti (anche perché tutta la generazione di Calvino non era popolata da giganti). E' che semplicemente non siamo e basta: e questo è sconfortante, per chi oggi possa permettersi il lusso dello sconforto.