Oltre che i Cannibali, altri giovani autori italiani riscossero inauditi vantaggi da quella stagione sfortunata e irresponsabile della critica italiana. Opposto allo splatter dei vari Nove e Scarpa, Guido Conti fu una bandiera del gruppuscolo cattolico che tuttora cerca di imporsi al governo della cultura italiana. I cattolici si dicono: cavolo!, è caduto il Muro di Berlino, la Dc è crollata e com'è che la cultura e l'editoria rimangono ancora in mano alla sinistra? Così, forte di una schiera di assurdi critici e altrettanto improbabili narratori e poeti, Fulvio Panzeri - criticoe poeta egli stesso, di ascendenza testoriana: amiamo Testori, ma il danno che ha fatto formando Panzeri non glielo perdoniamo - si è messo alla testa di un coacervo bianco che sta dando ora i suoi peggiori frutti.
Non vogliamo discutere della poesia di Davide Rondoni, che da quel coacervo esce, dopo che grazie alle entrature di Cl e dell'università di Bologna è riuscito a gestire fondi decisivi per conquistare una buona volta il prepolitico. Discutiamo invece di narrativa: quella di cui è autore Guido Conti, letterato parmigiano, onesto e appassionato, ma insufficientemente immerso in un presente che, di momento in momento, sconfessa i modi e le cose di cui Conti scrive, con la sua lingua pastosa nemmeno riuscendo eventualmente a opporsi a questo presente idiota e autarchico.
Conti lo manda Picone, cioè tale Generoso Picone, un cui aforisma pubblicato sul Mattino viene messo in evidenza in quarta di copertina de Il taglio della lingua: "Uno dei più interessanti autori dell'ultima generazione". Panzeri si sbilancia, come se avesse assunto massicce dosi di cipria e rosolio: "Conti è un narratore d'eccezione". Ah sì? Consideriamo qualche esempio di quella che Barbolini, su Panorama, definisce "una lingua violenta e acuminata": "Dopo quell'urlo inumano il silenzio in tutta la casa si fece profondo. Non si sentiva nemmeno il ticchettio degli orologi. Il mio grido sembrò aver immobilizzato tutto, anche il tempo. D'un tratto sentii girare la chiave nella toppa e, spingendo lentamente, entrò Iria". Dio onnipotente: era da secoli che uno scrittore non definiva un urlo come capace di immobilizzare il tempo! E il ticchettio degli orologi, che di solito si sente, come mai non si sentiva? Segno grave di situazione compromessa...
Che dire di questo romanzo poco padano in quanto poco romanzo? Che è fuori del tempo. Che non è vero che è scritto bene e che bisogna smetterla con questa storia dello stile quando di stile non c'è traccia. Che la trama è improbabile e la metafora dell'isolamento da dismorfismo ha fatto il suo tempo da una settantina d'anni. Che Eraldo Affinati, col suo Bandiera bianca, è molto più efficace, straniato e realista del giovane Conti. E che se si può risparmiare tempo e non leggere Il taglio della lingua è meglio per tutti: per i lettori e anche per l'autore, che dai rendiconti saprà trarre una lezione per il futuro.