Chuck Palahniuk non è più uno dei nuovi autori più interessanti d'America. Ora è in assoluto la migliore proposta letteraria americana. E' in buona compagnia: al suo livello riusciamo a vedere stagliarsi soltanto le nevrotiche sagome di Foster Wallace e Vollmann. Dopo il successo cinematografico di Fight Club, tratto dal suo primo romanzo, Palahniuk è stato capace di tornare sulle alte vette con lo strabiliante Survivor (uscito da Mondadori per la splendida traduzione di Michele Monina). Nichilista, eccessivo, re di una sintassi e di una retorica folgoranti (probabilmente la lingua più incredibile della letteratura contemporanea), Palahniuk affonda a corpo morto nella ferita suppurante della contemporaneità: è implausibile distinguere tra ologramma e personaggio, tra personaggio e persona, tra persona e trascendenza quando si legge un suo libro.
Strade Blu, che insieme ad AvantPop di Fanucci è a nostro avviso la collana migliore di questo scorcio di storia editoriale italiana, pubblica ora il terzo romanzo del folle Palahniuk, Invisible Monsters. Siccome è ben difficile distinguere tra realtà e spettacolo, sarà impossibile discernere che cosa sia letteratura e cosa informazione in questo terzo capolavoro del giovane mascelluto dell'Oregon. La storia è intervallata da flasback violenti e simile a un ubriacante ma coerentissimo zapping, tra assunzioni prodigiose di ogni tipologia di farmaci, droghe, sesso, in una folgorante e assurda iniziazione alla vita attraverso quanto la vita americana offre: la purezza metafisica dell'artificialità, la totale e decerebrata uscita da sé, l'impietosa transgenesi dell'uomo stesso.
Racconta in prima persona una ex modella che a causa di un incidente - in realtà, un misterioso attentato - ha perduto la mascella e ora si muove nel mondo coprendosi il volto devastato e non parlando. O meglio: parla, ma senza mascella, gorgogliando assurde espressioni liquide e disarticolate. La accompagnano, in un fandango lisergico e impazzito, il suo ex uomo ed ex poliziotto Manus che se la fa con la sua ex migliore amica, l'ex modella Evie. La Principessa Brandy Alexander è il fulcro alchemico dell'opera di riconoscimento a cui la modella deturpata andrà incontro, mentre si aprono, a folate di popper narrativo, squarci della memoria e scene famigliari da passato anteriore, in un crollo generalizzato del tessuto borghese di cui era fatto il buon vecchio sogno americano.
E' il romanzo migliore dell'anno e Palahniuk è l'autore più geniale del decennio. Altro non c'è da dire.