Nell'immane memorialistica nostalgica della sinistra radical-kitsch milanese, i racconti di Luís Sepulveda occupano un posto centrale: insieme a quelle di Paco Ignacio Taibo II sono il motore poetico di quel revanchismo lacrimevole che, nonostante siano passati gli anni, resiste colloso alle pareti dei salotti di borghesi benestanti fuoriusciti dalle schiere di Lotta Continua: quelli che nel Settanta non c'erano e che raccolgono ora in denaro sonante i frutti delle disgrazie altrui.
Così è comprensibile come il nuovo libro di Sepulveda, Le rose di Atacama, sia destinato ad ascendere al ruolo di bestseller di questa sinistra meneghina che gioca in Borsa e va in sollucchero per i fasti della new economy. Sono vicende la cui eco proviene dai margini del mondo e della storia, quelle narrate da Sepulveda. I comprimari, gli attori secondari, le comparse di cui non esiste traccia sono gli eroi di una meticciato narrativo che intenerisce il cuore: l'oppositore a Pinochet (tirato fuori dal cassetto nel momento in cui Pinochet torna d'attualità), l'oppositore artistoide che ha eretto le fondamenta della propria identità durante la Primavera di Praga, l'oppositore globale assassinato dal Fato durante una missione in Salvador. Evviva, che bontà! Furbina, meccanica e per niente letteraria, l'operazione di Sepulveda risulta, a chi spererebbe in un'autentica resistenza umana, della sostanza di cui sono fatti i sogni di gente come Veltroni o Rondolino.
L'autore della Gabbianella sa bene quali tasti premere e quali corde toccare per accalappiare al volo la sua nicchia di mercato, che con struggente entusiasmo acquista titoli Guanda, Tropea o Feltrinelli per redimere la propria coscienza: che è borghesuccia e un po' sporca. In prigione: e senza passare dal via...