Si capisce che un mondo è finito quando si incomincia a cantarne le lodi, a esaltarne la sottile e segreta utilità: a vederlo dall'esterno. Questo sguardo dall'esterno ne certifica lo stato di cadavere, mentre una grassa euforia coglie chi da quello stesso sguardo si lascia trasportare, poiché egli riesce attraverso quello sguardo a scoprire il mondo perduto, che gli sembrava invaso dal rigor mortis o che nemmeno riusciva a intuire. E' quello che sta capitando da almeno trent'anni alla filosofia: è morta. Nata come esperienza della verità, lentamente la filosofia è andata cristallizzandosi in interrogazioni sulla propria storia, in tematizzazioni del proprio statuto. Deposito salino della vita di una domanda che la costituiva, la filosofia ha smesso di porsi quella domanda e si è messa a discutere della forma grammaticale di quell'interrogativo. Così la filosofia è trapassata e l'esperienza della verità è fuoriuscita dal suo orizzonte, esattamente come è fuoriuscita dall'orizzonte della letteratura.
Ed ecco che arrivano gli psicopompi del cadavere resuscitato. Operazioni come quelle condotte dal talent boy - o cosiddetto tale - Alain De Botton non sono altro che travestimenti di questo lugubre messianesimo, che si manifesta per informarci che la letteratura e la filosofia sono morte asserendo che dobbiamo ritrovarne la carica di verità. Al grido falsamente vitalistico di "Riscopriamole!", De Botton tesse elogi del valore consolatorio e rivelativo dell'esperienza di lettura. Che sia Proust o Nietzsche, non importa: i classici insegnano a pensare, ci aprono mondi e universi, e un tragico quanto inspiegabile destino ha condannato la primarietà dell'esperienza della loro lettura. Niente di più falso, ovviamente. Né Proust né Nietzsche hanno bisogno di un cantore delle loro profondità - soprattutto di un cantore cialtronesco come De Botton. Chi scopre in Montaigne o in Schopenhauer l'esperienza della verità, non leggerà mai De Botton: garantito.
Questo Le consolazioni della filosofia ricorda certi belletti e certe ciprie che avvizzite signore della borghesia occidentale sono solite spalmarsi in faccia prima di recarsi a una pubblica lettura o a una conferenza di argomento umanistico. Valga come pietra tombale sull'intelligenza e sulla sensibilità del bell'Alain il fatto che, pur avendo rubato il titolo a Boezio, egli considera la Consolatio come un testo infinitamente noioso, la cui lettura non è neppure riuscito a portare a termine. Derek Walcott, che potremmo azzardarci a definire un "classico vivente", osserva come nessuno, quando sta male, faccia ricorso ai filosofi e ai classici per consolarsi. I classici fanno stare male e aumentano il disagio. L'esperienza salvifica che offrono non è certo quella di una psicoterapia al prezzo di un tascabile Einaudi, né di un'ascesi condotta attraverso il Lucrezio degli Oscar.
De Botton sbaglia tutto, ma nel frattempo diventa ricco affabulando le sue rugose carampane. Finora la filosofia ha consolato soltanto lui, a suon di anticipi.