Ci ha provato Tom Wolfe con Un uomo vero, e non ci è riuscito. Ci ha provato Don DeLillo con Underworld, e ci è riuscito a metà. Adesso ci prova Joyce Carol Oates: e lei ci è riuscita. A fare cosa? A scrivere il grande romanzo americano di passaggio al nuovo millennio. Le doti che servono all'impresa: stile, capacità di ragionare per sintassi di struttura e di trama, immersione a peso morto nella cultura olografica del pop americano. E un grande, grandissimo intuito. Joyce Carol Oates possiede caratteristiche incontestabili: dello stile, negli Usa, è la Regina incontrastata; quanto a trama e a capacità di lavoro sulle strutture siamo nei pressi del genio assoluto; e, circa l'immersione nel pop novecentesco a stelle e strisce, per questo capolavoro che è Blonde la Oates ha preso di mira il non plus ultra planetario, cioè Marilyn Monroe.
Ormai le nostre lamentele circa la mancanza di fiato, potenza e idee degli scrittori italiani sono divenute un tormentone. O un piagnisteo. Però, davvero, di fronte alle settecento pagine di Blonde viene una volta di più da versare lacrime sulle ceneri e sullo sterco fumoso delle nostre patrie lettere.
Con l'edificazione del mito di Blonde, appoggiandosi a un'icona che è già mito nel senso profano del termine, Joyce Carol Oates segna un "2" in schedina. La traduzione (peraltro splendida) di questa incursione non del tutto agiografica nel corpo di Marilyn Monroe sarebbe di per sé il miglior romanzo italiano del decennio, pur non essendo un romanzo italiano. E questo è il punto dell'operazione letteraria della Oates. Occuparsi narrativamente della vita, della morte e dei miracoli di Marilyn Monroe pone il suo romanzo in un limbo del tutto nuovo: non è certo soltanto narrativa americana quella in cui ci imbattiamo sfogliando questo volumone prodigioso. E' l'alba di una nuova letteratura che, per il momento, sa leggere soltanto chi ha occhi per vedere che si è già affermata. Blonde è una variazione barocca sul tema Marilyn: lo è perché non ha centro, perché l'incipit è già la fine - o meglio: è il momento prima della fine: la Morte che è un corriere in bicicletta, con l'acne, che corre a recapitare il pacco fatale alla Monroe. Sterminato, generoso, profondissimo, questo opus magnum non è nient'altro che la mappatura di una psicologia in evoluzione, che in sé trattiene sin dall'inizio i germi della propria decadenza e dissoluzione. Marilyn bambina, Marilyn adulta, Marilyn diva sono soltanto tre delle infinite voci che attraversano il corpo narrante messo in scena dalla Oates. La china parabolica del destino della Monroe, per seguire soltanto uno tra gli innumerevoli fili narrativi intrecciati da Joyce Carol Oates, coincide con una mutazione esistenziale planetaria: è il fiorire delle possibilità del Qualunque che diviene non semplicemente qualcosa: diviene il Qualcosa. Marilyn altro non è che una donna qualunque annullata dall'abbacinante luce idolatrica dello Spettacolo, e secondo questa prospettiva la maestria narrativa e psicologica della Oates (ma ripetiamo: si tratta di una maestria fra molte altre) è quella di dare carne all'Icona per poi scioglierla nel fascio luminoso che si abbatte su di lei e dentro di lei a partire da un lume esterno: lume che non ha nulla di metafisico e che non è un fenomeno semplicemente fisico. Nel ruotare accecato di una donna nuda, bianca, sulla piattaforma luminosa dello Spettacolo, Marilyn compie fino in fondo l'opera a cui è stata costretta: sparisce, diviene il mondo stesso.
E' scandaloso che a Joyce Carol Oates non abbiano ancora conferito il Nobel per la letteratura. Forse non è poi così importante: è anch'esso un frammento di quella luce accecante su cui la Oates ha costruito il suo capolavoro.