Dio ci salvi da Fernanda Pivano. Rimasta in gioventù all'ombra di colui che ha avuto la sciagurata idea di inventarsela - cioè Cesare Pavese -, quando è invecchiata ha iniziato ad aprire le chiuse dei suoi ricordi, molti dei quali sono autentiche mitologie: pomeriggi trascorsi con Kerouac, bacini e baciotti da Ginsberg, carezze da McInerney.
Onnipresente e opacamente pervasa da un'aura post-spettacolare che nemmeno Luca Giurato può vantare, Nanda appare ai funerali di De André, piangente come una prefica d'altri tempi, asserendo che "è morto un vero poeta". Davvero: chiunque per Nanda è un vero poeta. Lo è, per esempio, Jovanotti, con cui ai tempi avrebbe trascorso pomeriggi pari solo a quelli passati in lieta compagnia dei Beat. Le sue memorie, olografiche e asperse di cipria e di rosolio, esuberano ben oltre l'umana capacità di ricordare e affollano gli scaffali delle librerie: i suoi amici americani vengono raccontati con contorno di sapidi aneddoti circa le sfortune delle rispettive nevrosi, mentre sullo sfondo si agita lei, la Donna, sempreviva nel fulcro esatto in cui sta facendo la storia della letteratura.
Pironti ospita le nuove memorie della Fernanda, dopo che l'arzilla vecchietta aveva condannato Mondadori a una doppia pubblicazione, con tanto di faccione di Hemingway annoiato accanto alla pulzella Pivano in copertina. Questa volta siamo informati che McInerney è un genio (falso), che Foster Wallace l'ha scoperto lei (falso) e che sono esistiti gli Anni Trenta (vero).
Auguriamo altri cento di questi anni, a Fernanda Pivano. A patto che poi non se li ricordi.
Fernanda Pivano, Dopo Hemingway, Pironti, 19.200 lire (sconto iBS)
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