Peccato. E' davvero un peccato che Roberto Bui e i suoi ragazzi, meglio noti come il Luther Blissett dell'eccezionale Q, abbiano deciso di fare seppuku. E non ci riferiamo tanto al seppuku dello stesso Luther Blissett, reincarnatosi postumo nel nuovo nickname Wu Ming, quanto al seppuku letterario che questi fantastici 4 del neoromanzo italiano hanno praticato. Passi il suicidio a livello di marketing (chi se ne frega? Al massimo frega all'editore, ma ben ha fatto Bui a fottersene bellamente). Passi l'assurda trovata - mille volte già letta in tradizione e in non tradizione - dell'autore che compare in prima persona in un'opera in cui sfumano i confini tra biografia e fiction. Non passa però la sciattaggine linguistica, l'assurdità della struttura, il completo e abissale menefreghismo nei confronti dell'idea di romanzo che gli ex LB hanno perpetrato in questo nuovo e luccicante libro. Asce di guerra è scritto (lo sarà davvero?) con Vitaliano Ravagli, eroe onniresistenziale dalla vasta anedottica, da cui Bui & co hanno attinto a piene mani. Non è che non siamo interessati ai conflitti estremorientali o agli atti di gratuita e generosa e purissima umanità. E' che tutto questo romanzo - nella sua meccanica prosopopea - è paragonabile a una posa: sembra una mannequin che attende lo scatto del fotografo e si imbelletta tra un flash e l'altro.
Che dire? Una considerazione extratestuale merita forse spazio. E' davvero una nuova ed esaltante avventura questa dello pseudonimo collettivo Wu Ming? Perché - che lo si ammetta o meno - Luther Blissett fu un'autentica rivoluzione in grado di condurre il sistema mercantilista - in cui natiamo quotidianamente, felici o infelici - alle sue estreme conseguenze: paradossali e conflittuali che fossero, erano salute allo stato quintessenziale per gli intelletti e i corpi che volevano buttarsi in quel baillamme. Non a caso, il Blissett Project fornì alle lettere italiane uno dei migliori romanzi del decennio. Wu Ming inizia a camminare nel mondo con un passo falto: ci regala un brutto romanzo. Non è un segnale che indica un roseo futuro a Roberto Bui e ai suoi sodali di viaggio.