Artie Spiegelmann è irritante. Fa la parte del cucciolo, inaspettatamente travolto da inatteso successo per Maus, poi si mette a sentenziare sull'Olocausto visto da Roberto Benigni. E' un po' sulfureo l'attaccamento al copyright sulla Soluzione Finale che questo geniale fumettaro ebreo americano ha manifestato in occasione della violenta polemica con i vertici della Miramax su La vita è bella. Ci è dispiaciuto un po' dovere demitizzare l'affabulazione stravolgente che l'inermità dell'autore di Maus ci aveva trasmesso, anni fa, quando usciva a puntate su Linus. Figuriamoci quando abbiamo toccato con mano la triste verità che il nuovo editore di Spiegelmann, in Italia, è Paolo Repetti...
Al di là di queste considerazioni, tutto sommato oziose, bisogna dire che Maus è un gran libro. Possiede tutti i caratteri della letteratura maggiore, pur essendo un fumetto. Come avverte la traduttrice, in una puntuale prefazione all'edizione Einaudi, è soprattutto il mélange linguistico del papà di Artie a magnetizzare secondo i canoni della letteratura d'autore e bisogna ringraziare Cristina Previtali per l'incredibile opera di mimesi dell'originale idioletto di Vladek.
La storia di Anja e Vladek, i genitori di Art Spiegelmann deportati ad Auschwitz dopo un cursus disonhorum allucinante a opera dei nazisti, è uno dei racconti che rimarranno nella storia della letteratura novecentesca. La geniale metafora dei gatti (i nazisti) e dei topi (gli ebrei) incorpora la vicenda privata degli Spiegelmann (anche quella contemporanea di Artie: una nevrosi da senso di colpa che entrerebbe nei manuali della clinica psicoanalitica) e distende di fronte ai nostri occhi increduli la cruda tragedia del buco nero della storia del Novecento. Maus un capolavoro e bisogna ringraziare gli stileliberisti per averlo rimesso in circolazione in versione integrale e (a differenza di quanto successo con Magnus) leggibile e di gran qualità.
Art Spiegelmann, Maus, Einaudi Stilelibero, 24.000 lire