Esiste un personaggio più rocambolesco e inquietante di Guido Ceronetti? Sì, il suo nome è Elémire Zolla, ma conta poco. Come Zolla, Ceronetti si piccava solitamente di essere uno scrittore, e invece non lo era. Non ha il sentimento della lingua e, conscio di questa ineludibile carenza emotiva e anche metafisica, si inventava un insopportabile stile meccanico e barocco, composto di anacoluti e iperbati illeggibili, zeppo di arcaismi che sfiorano il nonsense. Il problema di Ceronetti era questo: può trasformarsi un eccelso lettore - una biblioteca umana sensibilissima, uno che ha letto tutto - in uno scrittore? Le patrie lettere glielo dovrebbero fare questo favore, soprattutto se uno appartiene alla casta regnante e polverosa dei salotti bene di Torino. A rimborso del rifiuto posto dalla letteratura, veniva allora celebrata - con pinot grigio e qualche confetto - questa trimurti, pesante e cazzuta, che i torinesi e tutta Adelphi portavano in palmo di mano: Ceronetti, Zolla e Quinzio. Gente che, come Bobi Bazlen - uno degli ispiratori dello storico gruppo fondatore adelphiano -, molto ha letto e male ha scritto. A tutto ciò si aggiunga che, al di là dello gnosticismo di marca massonica che grava su questi tres amigos, tutti in qualche modo hanno fatto i pagliacci: Quinzio diventando un Baget Bozzo al cubo, Zolla fingendo di essere il Superman antimaterialista e Ceronetti piazzandosi a metà tra un clown e un teatrante d'avanguardia.
Detto questo, dobbiamo immediatamente smentirci. Con La vera storia di Rosa Vercesi e della sua amica Vittoria, Guido Ceronetti ha dato alle stampe il suo capolavoro e, a nostro modestissimo parere, uno dei romanzi contemporanei che resteranno nella storia della narrativa italiana. Veloce, spietato, intriso di un cinismo candido, asperso di una malinconia asentimentale che coglie chi ha perduto un tempo ma ne ha acquistato effettivamente un altro, questo racconto lungo proviene da una lunghissima gestazione e da un'autentica ossessione - psicologica e letteraria - che, come si sa, sono i prerequisiti basali di ogni pratica letteraria. A differenza di tutte le incursioni finora tentate da scrittori sul corpo oscuro della cronaca nera - dai casi Bruneri/Cannella a quello Fenaroli/Ghiani a quello Mattei o Moro -, il romanzo di Ceronetti espone il lettore a un'esperienza rara nella narrativa italiana e frequente in quella americana: è l'elevazione del personaggio a icona e l'indagine nel male assoluto, che è certo accaduto storicamente, ma al modo in cui un simbolo accade storicamente per testimoniare di una verità sovrasensibile. In quest'esercizio di indagine, Ceronetti è grandissimo: come uomo - senziente, emotivo e, a tratti, superbamente sovrumano - e come scrittore - la secchezza dello stile è qui coerentissima, anche a causa della misura breve -. Per intenderci: si può definire La vera storia di Rosa Vercesi e della sua amica Vittoria come l'A sangue freddo italiano o, per intensità di partecipazione lucida, il nostro I miei luoghi oscuri. Da Capote e da Ellroy, Ceronetti non mutua alcun registro, e il suo romanzo appare italianissimo in tutto. La scelta rétro - l'omicidio di una donna, mai risolto eppure con colpevole, mai confessa e ferocemente inghiottita dal proprio futuro, tra la Torino del 1930 e l'Italia dei giorni nostri -, lo sfondo morbosamente lesbico e sadomaso, la tecnica del velamento dei particolari centrali dell'azione, la minuziosa ricostruzione della cornice e lo splendido finale (l'indagine con il pendolo del rabdomante, condotta da Ceronetti in prima persona) costituiscono uno choc che dovrebbe impressionare i giovani romanzieri italiani e convincerli a copiare quanto Ceronetti ha fatto.
Guido Ceronetti, La vera storia di Rosa Vercesi e della sua amica Vittoria, Einaudi, 14.000 lire
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