Leggere Shanghai Baby di Zhou Weihui è una rivelazione: quella che un miliardo di cinesi ha scoperto Heidi. Benvenuti nell'antinferno della sfiga, nella spirale della depressione, nel più cupo neorealismo dagli occhi a mandorla. Dai tempi di Dagli Appennini alle Ande non leggevamo un libro così carico di jella. Il protagonista della Patente pirandelliana dovrebbe reclamare una nuova comparsa letteraria nelle pagine di questo romanzo ansiogeno, depressivo e borderline (il finale disarmonico rispetto al corpo cadaverico di ciò che l'ha preceduto è uno dei maggiori sintomi di disturbo della personalità di cui, a detta di Zhou Weihui, soffre la sterminata turba cinese).
La storia. Coco è la versione manciuriana del protagonista sfigato di Paolo Nori: scrive, scrive che sta scrivendo, attende la futura pubblicazione come un satori esistenziale carico carico di. Il destino la accoppia con lo stereotipo delle paure maschili: già il fatto di chiamarsi Tiantian dovrebbe dire molto dell'aura negativa che il giovane tipo si porta addosso; in più, il ragazzo è impotente, ha sofferto una cifra e soffrirà una cifra. Ancora di più: sarà cornuto. Coco, infatti, scopre le gioie della carnazza con un improbabile amante tedesco di nome Mark. Simili gioie, come nei cartoni animati, la allontanano da Tiantian. Quando Coco ritorna da lui, Tiantian è ormai un drogato all'ultimo stadio. E non vi diciamo come va a finire, perché sarebbe come dirvi che Rémi trova la mamma, che Candy Candy trova l'amore, che Goldrake uccide Vega.
Una saga dell'improbabile e della più grottesca tra le sfighe non può essere accolta come un capolavoro della letteratura della globalizzazione made in China. Supponiamo che censure di governo e pompaggio critico all'estero abbiano imposto un'esaltata euforia presso i recensori nostrani, che invitiamo caldamente a riguadarsi tutta la serie di Peline.