Una ristampa molto aggiornata. Una Bibbia del postmoderno italiano che si rovescia in un vangelo del post-postmoderno nazionale. Uno spietato, lucido, autoironico j'accuse che incolpa tutti e nessuno, tutto e niente. Un manabile della decadenza scritto in piena età aurea. Un acceleratore di sdegno e struggimento. Che cos'è realmente Super-Eliogabalo di Alberto Arbasino? E' un immenso arazzo sulla devastazione del nostro presente che - ci accorgiamo con doloroso stupore - continua a essere il nostro presente da più di trent'anni. E, soprattutto, Super-Eliogabalo è grandissima letteratura: quella di cui i nostri padri erano capaci e noi non dimostriamo di sapere praticare.
Arbasino è geniale: nel dettato, nella scomposizione e ricomposizione delle strutture, nell'esercizio di un cinismo imbelle un po' "checca", nella stigmatizzazione dei vizi e nella riduzione a vizi delle virtù. Coltissimo, raffinatissimo, intelligentissimo, issimo, Arbasino da anni vagola per le patrie lettere come una Cassandra, biotta e avvizzita, squadernando le sue fosche analisi del momento storico come se fossero intellegibili profezie: il che non è stato, non è e mai sarà. Piuttosto bisogna riconoscere alla letteratura civile (di cui Arbasino è probabilmente il maggiore tra gli autori contemporanei) di sapere accogliere a pieno il rischio dell'inattualità e di vincere la sfida col tempo: ciò che sembrava inattuale nel '68 (e invece era davvero profetico...) è attualissimo oggidì. Questo Super-Eliogabalo si installa così tra i capolavori del sacro misconoscimento di cui noi italiani - dai tempi di Michelstaedter a quelli di Pavese, di Fortini e Pasolini - siamo i più abili frequentatori.
Un imperatore romano della decadenza post-post, tra ville auree o diroccate e utilitarie in direzione Fregene, con molte false mamme al seguito, belletti neolatini e Lancôme fetali, gode e sperpera il suo godimento in una Città Eterna che da molto non lo è più, in una spirale di accondiscendente e grottesca tragedia, tra cospirazioni ed efferatezze che disegnano trame e sottotrame di quello che la geniale quarta di copertina definisce "un peplum-noir". C'è tutto e il contrario di tutto, come in ogni buona epica (e che, da almeno cinquant'anni, la nuova epica abbia nella letteratura civile la sua erede è abbastanza incontestabile). Convocata a una corte molle e crudele, l'italica genìa (paria, intellighentsi, preti, laici e affabili gagà) esprime e si specchia in un baillamme neo-camp: ogni Labranca troverà in Super-Eliogabalo la sua meritata gogna, esattamente come ogni Gava od ogni Costanzo. Canzonette nietzscheane accompagnano con trilli di sordido refrain una superfetazione citazionistica che è inarrestabile e suasiva: da Artaud a Baudelaire a Rutilio Namaziano a Eschilo e poi - tornando giù - a Lucrezio a Hugo a Lautréamont a Debord, secondo la mîse da "Vizietto" di Arbasino, chiunque trova qui qualunque cosa, sedotto e abbandonato dallo scrittore che esiste e non esiste, in un gorgo che c'è e non c'è, fino al cuore nullo del maelström della letteratura: quel nullificante flusso in cui siamo dislocati leggendo e, in particolare, leggendo Alberto Arbasino. Mollate per un attimo l'avantpop: questo libro è fondamentale per comprendere chi siamo, cosa pensiamo e dove finiremo noi italiani.
Alberto Arbasino, Super-Eliogabalo, Adelphi, 45.000 lire
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