Tra i grandi misconosciuti del secolo va annoverato Fédéric Sauser, più noto con lo pseudo Blaise Cendrars, autore di folgorazioni letterarie ed esistenziali quali Moravagine e La mano mozza, uno dei prediletti da Céline, un irregolare spesso accusato di reazione che ci ha lasciato capolavori quali L'oro, che esce da Guanda in tascabile e che è una novità imperdibile per chi ami la rude visionarietà - tutta giocata nella fatica, nell'assurdo sincronico e del realismo trasognato - di questo autore di origine svizzera.
Renitente ai salotti, in perenne e schiva polemica con l'ufficialità, Cendrars appartiene a quella schiera di scrittori europei che maturò dallo choc esistenziale le ragioni della propria letteratura. Come Jünger, come lo stesso Céline, come Ungaretti e Fenoglio, fu dall'esperienza storica che Cendrars dedusse la prassi letteraria, combattendo in Africa nelle file della Legione Straniera durante il primo conflitto mondiale. L'oro è del '25, coetaneo alla Febbre di Chaplin, e il parallelo risulta significativo a mano a mano che si scorrono le pagine grottesche, picaresche e irriverenti del romanzo, in cui Cendrars lancia lo stigma sul grande sogno americano, qui occasionalmente incarnato dalla folle rincorsa al graal laicissimo dell'oro. Da un continente all'altro, fino al cuore oscuro del Nuovo Mondo, l'emigrato Suter realizzerà nel fatale 1834 il suo privato miraggio di ricchezza, devastato da un miraggio di ricchezza collettivo.
Non è Jack London e nemmeno Hemingway, ma è ugualmente un grande scrittore, un atlantide della letteratura novecentesca, che continua sarcasticamente a formulare irridenti scomuniche a un modello che a oggi sembra assoluto ed eterno. Insomma, leggere Blaise Cendrars fa bene. Non perdetevelo.
Blaise Cendrars, L'oro, Guanda, 16.000 lire
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