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  IO NON HO PAURA di N. AMMANITI
Io non ho paura - di N. AmmanitiGià con Ti prendo e ti porto via Niccolò Ammaniti aveva inscritto il suo nome in una rara élite di scrittori: quelli che sopravvivono dopo avere attraversato un'oscura esaltazione critica per motivi equivoci, a cui si impone un'assurda etichetta e che vengono poi giubilati nel momento in cui l'etichetta si degrada e non ispira più alcunché di trendy. Del trio più virtuoso della seconda metà degli anni Novanta - Scarpa, Nove e, appunto, Ammaniti - Niccolò sembrava il più fragile per tenuta linguistica e futuro malcerto. Non era vero. Ammaniti è uno scrittore autentico, l'unico in grado di scendere negli abissi del romanzo di formazione e di stravolgerlo, in un tempo e in un luogo - l'Italia di oggi - in cui la narrativa intimista vergata dai polsi di cristallo non è in grado di assumere la responsabilità della ferocia e dell'innocenza che il romanzo di formazione comporterebbe. Qui sembra che tutti parlino della vita e invece parlano della loro vita: un orrendo impasto di delicatessen idiosincratiche che prousteggia con vaghezza per nulla sublime. Io non ho paura di Ammaniti è una severa lezione a chi si muove nel solco della nostra tradizione, è un romanzo di formazione in grado di avvicinare Calvino a King senza scadere nel delirio postmoderneggiante che già si annuncia quale nuova decadenza tutta italiota.
Nell'estate 1978, la più calda del secolo, lo Stand by me di Michele Amitrano (nove anni, uno stupore genialmente reso, uno dei personaggi più memorabili della narrativa contemporanea) si consuma nelle campagne intorno alla frazione di Acqua Traverse, imprecisata e mitica località meridionale. Tutti i luoghi topici della scoperta che atterrisce e crea il discrimine tra l'infanzia e la maturità vengono percorsi da Ammaniti con una secchezza e un'essenzialità stilistiche che capovolgono l'opinione di certi giornalisti culturali da magazine patinato: che, cioè, Ammaniti non ha lingua, non governa stilisticamente la scrittura. Tutte palle. Periodi come "Dentro faceva più freddo. La pelle del morto era sudicia, incrostata di fango e merda. Era nudo. Alto come me, ma più magro. Era pelle e ossa. Le costole gli sporgevano. Doveva avere più o meno la mia età" sono talmente rari nella nostra narrativa non di genere che, davvero, bisognerebbe salutare Io non ho paura come una boccata d'aria in un vagone blindato. Senza dire dei dialoghi, sincopati e velocissimi, con cui Ammaniti trascina il lettore in una vertigine che è sostanziata dello stesso inquieto incantamento che sprigiona da IT.
Non sappiamo cosa Ammaniti farà in futuro. Potrebbe davvero diventare il Barker italiano. Potrebbe impegnarsi in un'impresa da Heimat nazionale, una sorta di Bacchelli rivisitato in chiave contemporanea. Potrebbe derapare e regalarci un realismo magico intriso di tenerezza (il realismo magico all'italiana è spesso intriso solo di narcisismo). Potrebbe fare qualunque cosa: Ammaniti ha molte frecce al suo arco, il che è segno della presenza di uno che è radicalmente scrittore e che segnerà la nostra letteratura.

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  di G. Genna
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   data: 19 apr 2001 protezione contenuti: assente Aiuto  

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