Nonostante il titolo alla Vinci, dei bambini di De Silva sappiamo tutto: sappiamo come e cosa sentono, sappiamo come si muovono, con chi si identificano e perché varcano la soglia che conduce direttamente oltre il sogno dell'infanzia, verso le rigide lande della coscienza adulta. Certi bambini è un manabile della dissoluzione discreta, dell'enormità trattenuta, dell'immoralità perpetrata sottovoce. Per di più, è un dramma italianissimo: uno dei migliori romanzi nostrani della stagione.
Il piccolo Rosario è protagonista di uno degli incipit più feroci e folgoranti della narrativa contemporanea italiana: una scrittura glaciale e rigorosamente cinematografica segue il percorso iniziatico del bambino, il conflitto dilaniante tra il Bene e il Male, tra le seduzioni spicce e per nulla incantevoli della giustizia naturalmente avvertita (magistralmente incarnate dal personaggio di Santino) e le spire numinose di un carisma oscuro e mefitico (starring Damiano, il corruttore).
Naturalista a modo suo, capace di una lingua sporca che non smette di sorprendere per inventiva e arditezza, Da Silva è uno scrittore fondamentalmente etico: uno che - lo si percepisce di pagina in pagina) crede nella letteratura, pone la domanda sul senso dello scrivere intrecciandola con quella sul senso del vivere, e riesce a condurre la mente sulla soglia di una soluzione continuamente postposta, praticata con la delicatezza dell'autore feroce e disincantato. Oltre alla lingua e alla struttura narrativa (perfettamente duale e speculare), Certi bambini lascia il segno per l'ambientazione: il filtro attraverso cui viene serchiata l'immagine di una Napoli implicita e perduta, via via redenta e poi nuovamente riprecipitata nella dissolutezza morale e fisica, è una delle griffe più interessanti di Diego De Silva, di cui è prossima l'uscita in tascabile della Donna di scorta: un altro romanzo in cui la tenerezza e la ferocia glaciale si innescano a vicenda e di cui parleremo più approfonditamente a breve.