La tradizione anglosassone ha esaltato, tra gli altri generi che a noi latini risultano impraticabili, quello della biografia intellettuale, del saggio che consuma il suo fuoco tra l'agiografia plausibile e la critica puntuale. James Knowlson inscrive nel solco di questa prestigiosa tradizione un capitolo significativo, costruendo con una sapienza e una passione maniacali un autentico monumento letterario a Samuel Beckett, uno dei più ambigui, enigmatici, riottosamente coerenti tra gli scrittori del Novecento.
Radicale protagonista del gesto che trasla la lingua nei bianchi territori del silenzio - un silenzio che è ben più e oltre che nichilista -, l'autore irlandese fece coincidere le sue personali nevrosi con il proprio superamento della nevrosi linguistica. Perennemente depresso, schivo quasi fino alla psicosi, e tuttavia attentissimo ai suoi affetti, Beckett sta tutto in un gesto esistenziale che viene elevato a metafora della sua gigantesca personalità: chiese alla società telefonica una linea particolare, che gli permetteva di chiamare ma di non ricevere telefonate. Estrema sintesi di una percezione dello sfondo del linguaggio intesa come scavo nel nulla, praticato per esposizione ma non passivamente subìto, il gesto beckettiano di decidere come quando e chi chiamare tiene in sé l'immagine di una persona minata da una fragilità emotiva, che ne mise sempre in pericolo l'equilibrio psichico, e tuttavia tesa a una comunicazione tiptologica e vivace con gli altri. Nel rappresentare la scena interiore e quella sociale di Beckett, Knowlson è insuperabile: lavora su materiali a dire poco strepitosi (corrispondenze mai prima pubblicate, diari di cui nemmeno si conosceva l'esistenza, documenti finora inediti), restituendoci a tutto tondo la figura umana e intellettuale del sublime e abominevole barbaro del Nulla, che ha sbrecciato definitivamente il nostro occidentalissimo velo di Maya.
La curatela dell'eccezionale biografia beckettiana stesa da Knowlson è firmata da Gabriele Frasca ed è decisamente all'altezza dell'evento. Ne riportiamo alcuni passi: "Pochi altri artisti del Novecento hanno commisurato al pari di Samuel Beckett la propria vita con quell'«impresa di salute» (avrebbe detto Gilles Deleuze) in cui si riverbera, fra elezioni etiche e pratiche quotidiane, il lavorio estetico. E pochi, pochissimi, hanno saputo spaziare, con lo stesso impasto di discrezione e tenacia che ha sorretto la sua opera, fra lingue, forme, generi e media diversi, finendo con l'incrociare clausole verbali e parlati radiofonici, soggettive cinematografiche e sintassi romanzesche, battute teatrali e coreografie televisive, in un unico, pervasivo, plurivoco mezzo espressivo, capace di reagire come un organismo vivo alle tensioni e ai traumi di un'epoca attraversata dai piú affascinanti processi innovativi, e dai piú orribili «incubi» della storia. Questa biografia critica di James Knowlson, l'unica «autorizzata» dallo stesso Beckett, occorre dunque non solo a restituirci in tutte le sue sfaccettature la personalità dell'autore irlandese, ma anche ad illuminare, con la caparbietà di una «microstoria», l'ampio arco di Novecento descritto dalla sua «febbrile» attività. I rimandi continui e puntuali alle opere, il ricorso alla vivacità della corrispondenza privata e l'utilizzo di una considerevole quantità di documenti e diari precedentemente sconosciuti di grandissimo interesse, se da un lato fanno del lavoro di Knowlson uno strumento indispensabile per entrare nell'officina beckettiana, dall'altro consegnano al lettore l'intenso e appassionato «racconto» di una vita, con tutto il suo corredo di affetti, scelte difficili, impegni perentori. Dal paradosso di un autore ossessivamente geloso della propria vita privata ma comunque «condannato alla celebrità», emerge dunque l'immagine di un intellettuale capace di mettere costantemente in questione i propri stessi risultati, e generoso come pochi nell'adeguare la propria esistenza all'intima eticità dei processi creativi".