Ci hanno insegnato le favole. Poi ci hanno insegnato che le favole non sono esattamente quello che credevamo che fossero: l'incantamento nasconde baratri di ferocia metafisica e fisiologica, che segnano con griffe disperate la nostra percezioni di non essere mai, definitivamente, adulti e pacificati (un altro mito che la letteratura cerca di abbattere da millenni). La letteratura reagisce a questo edenismo borghese e fondamentalmente falso con i mezzi che ha a disposizione: i geni. In questo preciso incrocio tra favola e opera al nero la letteratura celebra l'irruzione di un genio atipico, giovanissimo, improbabile, addirittura irritante per chi si è coltivato storicamente l'illusione del Candore. Questo genio si chiama J.T. Leroy, ha ventuno anni, vive con una famiglia allargata che farebbe impazzire anche i più arditi trasgressori del codice politicamente corretto. E, ciò che più importa, dispone di una scrittura folgorante, di una fantasia sfrenata, di una disperazione abissale, di una crudeltà apotropaica, di una violenza ancestrale, irredentista fino alla scarnificazione di sé oltre che del mondo.
Questo Sarah è un evento per chi pensa che la letteratura sia una facoltà di sentire il mondo e di trasformare se stessi. E' una boccata di ossigeno per chi ritiene che, laicissima e del tutto amorale, la narrativa costituisca una forma di ascesi individuale, radicalmente individuale. Chuck Palahniuk, Dennis Cooper e Thomas Pynchon stanno fornendo esempi di una simile e violenta emancipazione dalle catene in cui l'abitante planetario che fa ormai parte di un devastatissimo cognitariato è andato recludendosi - per nulla sua sponte. La lezione irriducibilmente anarchica di questa letteratura corrosiva per la mente e deregolatrice dei sensi viene elevata a una potenza incontenibile da questo ragazzino che il karma sembra averci inviato come fio delle colpe che non sapevamo di avere. E, appunto, i giudizi entusiastici di Palahniuk e Cooper indicano che un nuovo pioniere del Nulla che siamo si è aggiunto alla prestigiosa schiera dei combattenti per il superamento della libertà.
Sarah è un ragazzino dodicenne, Cherry Vanilla, che in una delirante spirale edipica assume, metabolizza e fa impazzire in sé l'identità della propria madre: come lei (incontrastata regina delle puttane per camionisti) Sarah addiviene a uno stato di prostituta del Mondo, e sotto la guida di un Belial della Virginia supera ogni grado dell'abiezione, dell'equivoco e della redenzione, salendo con vertiginosa velocità la scala mistica che conduce alla Santificazione della Puttana e, quindi, allo spazio bianco in cui si precipita dopo la santificazione. Le avventure della piccola troia transgender - che alla Cooper compie il suo cursus honorum attraverso contatti frenetici con pedofili, sadomaso e figuranti di ogni sessualità eccessiva - si iscrivono in un gorgo di lucidità che esclude a priori l'amore e, al limite, la violenza stessa. Sarah è un controcanto alla Vita, a favore dei territori incontaminati della Sopravvivenza. L'illusione di essere illusi era già agli sgoccioli, ma la spallata che il giovanissimo J.T. Leroy dà alle nostre buone coscienze è memorabile e costruisce uno dei capolavori narrativi della nostra contemporaneità.
Allegorico nel senso più alto (cioè: in quello più basso e degradato), ispirato a un "io" che è sicuramente Leroy e molto più di Leroy, Sarah sconvolge non da un punto di vista etico, né ideologico, né immaginifico. Sconvolge da un punto di vista letterario. Questa è davvero la nostra vita e fare qualcosa è urgente tanto quanto è imbarazzante. Si tratta della frontiera di sempre: quella che i Grandi hanno dovuto attraversare in ogni età. Leroy ha definitvamente avanzato la propria candidatura a questa dissennata, disperatissima compagine.