Quanta delicatezza può nascondersi nel cuore oscuro di una tragedia? Quanto drammatico può rivelarsi un sussurro? Tutte le volte che ci troviamo di fronte alle pagine di Marco Lodoli siamo costretti a ripeterci queste domande: tenerezza dell'ossessione e grevità della leggerezza ci assalgono, a tratti in maniera parossistica, anche e soprattutto in forza della cupissima affabulazione che l'autore romano esercita sui nostri cervellini disabituati a intercettare i frammenti incerti e bui dei sogni che si scordano al risveglio.
Più onirico e allegorico che mai (ma si badi: non un'allegoria che ha a che fare col sapere, quanto col sentire profondo), questo nuovo racconto lungo di Lodoli mantiene, al solito, le promesse che l'autore romano va formulando e mantenendo dall'inizio della carriera, quando già era capace di percepire il fruscio del millennio che se ne fuggiva. La notte è, al meglio, l'immagine della prosa di Lodoli: misteriosa e nera, carica di attese e di piacere, di tremori e di timori, la notte viene trasfigurata dallo scrittore di Fiori in una placenta oscura che è gravida di figure memorabili, figuranti transitori, acrobati di un'esistenza incontenibilmente melanconica, miti personali che iniziano a nuovi e più profondi piani dell'esistenza.
Sta per scoccare la mezzanotte, quando sul Tevere si consuma l'iniziazione alla paura e all'amore di Costantino, seduto al tavolo di un ristorante galleggiante con i suoi imminenti killer. L'amore per una creatura chimerica, mostruosa e spiazzante, conferisce senso all'esistenza di Costantino tanto quanto la fedeltà al Pazzo, che forse è un malavitoso e per il quale egli ha curato un melvilleano giardino. Trasfigurazione estrema della favola finale - quella della Vita -, intrisa delle aspettative di più-che-vita e dei disincanti del meno-che-vita, La notte è un romanzo breve che ci consegna Lodoli al suo meglio: un autore capace di praticare una rabdomanzia dell'ineffabile e in grado di fare crepitare faglie e fratture dello stile come nessuno in Italia, da quindici anni a questa parte. Noi non stiamo dalla parte di Marco Lodoli: le viscere ci spingono in altre direzioni, verso traiettorie più drammatiche ed eccessive. Però siamo abbastanza obbiettivi da riconoscere che Lodoli è tra i tre o quattro narratori che rimarranno: bisogna leggere qualunque cosa egli pubblichi.