Chiariamolo subito: uno che si mette in testa di rifare l'Odissea è un pazzo. Tanto più se costui è un uomo azzimato, notoriamente tranquillo, quasi funzionariale e, si aggiunga pure, accarezzato dai vaticanisti come scrittore di riferimento. Quest'uomo è Ferruccio Parazzoli: è un genio e ha davvero riscritto l'Odissea. Un'impresa che definire epica aggiungerebbe ridicolo all'eccessivo. Non soltanto Parazzoli ha rifatto l'Odissea: è che l'ha rifatta alla grande e ha steso un capolavoro che dà la polvere a tutti i sordidi mestatori del postmodernucolo italiano.
Esattamente come la Snow White di Barthelme, Nessuno muore è una mitologia emblematizzata nel contemporaneo (un contemporaneo a nessun tempo), è un Omero avantpop che sconvolge le carte della tradizione narrativa italiana, rompendo tabù decisivi sia sul piano dello stile sia sul piano dell'organizzazione del racconto. Un Ulisse universale, ultra-archetipico, più che postmoderno è il Nessuno che Parazzoli disloca in un futuro senza futuro, su un'isola che è Itaca ma non lo è più da tempo, mentre dardeggia - borderline e camaleontica - la presenza della dea Atena e i ricordi assalgono il corpo devastato, bulimico, disfatto di questo ex eroe ex omerico: grasso, la pancia che si affloscia fin sulle ginocchia, occhiali a specchio, remington alla mano, quest'uomo non è più un uomo e non è ancora un dio. Nessuno è precisamente la gola vorace dell'attaccamento all'esistenza quando ormai giunge la consapevolezza che dell'attaccamento all'esistenza non ci frega più niente. I ricordi vorticano come flash assurdi e fuori luogo, nella camera alta della memoria di Ulisse: Penelope, trattata da troia quale doveva essere; Nausica, "che mai gliela diede", sovreccitando il nostro Odisseo e incitandolo a narrare; Atena, che si trascina di mutazione in mutazione; l'enorme poeta e mimo Johannes, specie di Omero omertoso e funzione schizoide di una memoria inaccertabile; il cane Argo, un rompicoglioni sempre attaccato al padrone, che Ulisse scaccia a calci; i porcai guidati dall'amico Eumeo, archivio vivente dell'Odisseo post-Proci; ninfe varie abborracciate o sublimi a seconda dei casi. Nella rievocazione e riscrittura dei fatti mitici, Parazzoli innesta un romanzo inaspettatamente aggressivo e tonante all'interno della tradizione dei nostoi, i ritorni postomerici che genialmente l'autore marchigiano reinventa quali ritorni postmoderni.
Nell'intricato, sovrumano gorgo di figure antiche e nuovissime - all'interno di questa spirale di carni e pappe fisiche e metafisiche, Parazzoli fa esplodere una scrittura coltissima, raffinata in alto grado per lessico e capacità di prosodia, ritmata all'eccesso, legata fino all'esaurimento a un bombardamento di scurrilità apotropaiche, a un incespicare sovramitologico di aggettivi e sostantivi stercorari, che isolano ed esaltano l'andamento gnomico della prosa (il libro è un tessuto di definizioni e detti memorabili) e mettono ancora più in risalto la fitta tramatura di citazioni alte (da Omero, appunto, a Baudelaire a Nietzsche), che tracimano di periodo in periodo come canzonette d'avanspettacolo strillate a gridolini di piacere.
Può una profezia assumere le spoglie del trattato? Perché è questa l'operazione di Parazzoli: un romanzo che getta l'occhio oltre il nostro presente, tastando il polso a tutto lo scibile di cui la letteratura è essenzialmente costituita (le sacre allegorie della morte, della vita, del ricordo, dell'amore), costruendo una mappa narrativa e poetica che se ne fotte bellamente di ogni ragionamento critico e di qualunque sovrastruttura teorica. Grottesco, tragico, sovrabbondante e folle, questo romanzo è generoso oltre ogni attesa: almeno sette romanzi sono compressi nella sua trama slacciata ma leggibilissima, labirintica o lineare a seconda della prospettiva assunta. Il deliquio di Nessuno, che compare in scena già morto e che rivive nella memoria una più che vita ormai esaurita da tempo e ricordata a partire da uno stato già colliquativo, è una delle prove di forza della narrativa contemporanea italiana. Parazzoli, che ha passato i sessant'anni, è più giovane e furibondo di qualunque giovane e furibondo scrittore italiano.