Forse la salvezza viene dalle poetesse. Già risultava consolante l'uscita einaudiana delle Barricate misteriose di Silvia Bre; adesso queste nuove Quartine di Patrizia Valduga - una volta di più: einaudiane - consolano circa lo stato attuale della poesia contemporanea italiana.
Come sempre, Valduga gioca con la forma chiusa, alla Auden, per consentirsi un limite che provochi lo scatenamento, al tempo stesso, del piacere e del dramma. Celebratissima negli anni Novanta quale estrema e ultima rivelazione della scuola tradizionalista, Valduga non è in realtà una stileuta tout court e nemmeno un'autrice postmoderna, come qualche critico sembra volerla etichettare. E', invece, una poetessa coraggiosa, che cerca di ascoltare e di intercettare le forme che ascolta. Il diniego del verso libero - a volte feroce, stando alle pubbliche dichiarazioni della poetessa veneta - dovrebbe favorire l'apparizione del senso, del godimento del senso e della resa della tragedia umana, anche in un tempo che non riesce più a riconoscere alcunché di chiuso.
Fin qui, Patrizia Valduga per come l'abbiamo conosciuta: sensualissima odalisca dell'endecasillabo, sacerdotessa della forma chiusa, maledetta suo malgrado. Oggi, invece, si giunge alla stanchezza del sentire, allo spleen indefinito che governa la decadenza o l'attesa della stessa. Valduga pratica una simile e dolorosa svolta con queste prodigiose e sfiancate quartine che costituiscono la Seconda centuria, dopo le prime Cento quartine che erano state pubblicate nella Bianca di Einaudi. Dante, Petrarca, l'amatissimo Prati, Pascoli, alcune soluzioni oltraggiose mutuate da Carducci: è il solito apparato tradizionale e stilistico che Patrizia Valduga utilizza come autentico patrimonio genetico, una sostanza della scrittura che fa parte ormai del ciclo metabolico con cui le sue quartine vanno strutturandosi via via.
Le soluzioni, talora impressionanti, con cui Valduga dà forma al disagio di una mente che si ferma a un passo dall'esaurimento degli istinti, della memoria del piacere, del corpo che avvertiva la costanza di una forza vitale a cui Valduga aveva già meravigliosamente dato voce in passato, pur inscenando controcanti mortiferi come i suoi monologhi di cadaveri. Traslatasi in un'esperienza coniugale attonita e in perenne assenza, la poesia di Valduga si congiunge a quella del suo compagno Giovanni Raboni, il quale a sua volta si era avvicinato alla scrittura rimata e ritmata della sua donna: il ciclo delle Canzonette mortali è ora davvero chiuso.