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  LA MANO di L. DONINELLI
Il libro di DoninelliLa mano di Doninelli è tozza e pelosetta. Quando te la stringe e avverti il sentore bagnaticcio, cerchi direttamente il nirvana, per non pensare alle brutture del mondo. La mano di Doninelli non è una gran mano: fatica a reggere la penna, deborda oltre gli spazi consentiti dalla tastiera del pc, e - quando indica la luna all'idiota - ha ragione lo stupido a non guardare la luna ma a guardare l'indice grassoccio della mano di Doninelli. La mano di Doninelli è capace di un'unica postura: quella per cui aderisce col palmo all'altra mano, sicché sia corretta secondo protocollo ecclesiastico la preghiera che il prossimo libro venda oppure che ottenga una barcata di recensioni.
La mano, insomma, è l'ultimo romanzo di Doninelli anche se, ahinoi, non sarà l'ultimo. Anche noi preghiamo. Avevamo pregato i Superni, per esempio, quando Luca Doninelli - scrittore di riferimento di una certa area cattolica - aveva preso di petto - e vi garantiamo che il petto di Doninelli non è bello a vedersi - tutte le supposte "contraddizioni" della Nuova Era, con un romanzo che trasudava olio santo falsificato, di quelli che si vendono in bottigliette satinate ai baracchini fuori dei santuari. Già nella Nuova Era si capiva che cos'era la cifra stilistica e poetica di Doninelli: nessuna cifra stilistica se non uno scimmiottamento pop da tu vuo' fa' l'americano, una letteratura che sta all'indagine narrativa della realtà come gli spaghetti con marmellata di Sordi stanno all'intera cucina d'Oltreoceano. Moralista e bigotto - e per questo feroce: ma in una direzione inaccettabile per uno scrittore - Doninelli erompeva in un'analisi oratoriale della facilità del sacro à la page, esplodendo in un autoapplauso che ricordava i processi sommari e le fulminee gioie in falsetto dei raduni ciellini a Rimini. Morboso come tutto ciò che è oratoriale, il romanzo di Doninelli sguazzava nel viscido in cerca di redenzione, in un'improbabile emulazione dostoievskijana.
Il monologo romanzesco è una forma che richiede grandi doti. Profondità psicologica, capacità di disancorarsi dall'iconico e dal già visto, generosità d'animo, pensiero delle strutture nella sua declinazione più istintuale e inventiva. Doti che mancano - in blocco - a Luca Doninelli, come dimostra per l'appunto La mano: che è il delirio schizoide - ma non rigorosamente schizoide - di Isabel, la sorella della rockstar Jerry Olsen, il divino chitarrista morto suicida dopo essersi mozzato la mano. Isabel, ex tossica dura e aspirante clarissa, ricostruisce nel suo atto unico la storia del destino di un clan: i rapporti con Jerry e il figlio degenere Ez, gli scazzi con Zac che rivaleggia in chitarra con Jerry, l'immancabile figura demetrica e materna che "considerava Boston il centro dell'universo", e le donne di Jerry, Marion martire e martirizzatrice a sua volta di Gail. Un bel quadretto pop, che ricorda i modi con cui Salgari descrisse una Malesia mai vista. Così Doninelli affronta l'America e lo Spettacolo, che deve avere vissuto davvero dall'interno del tubo catodico, mentre il suo parlato sfiatato e difficoltoso introduceva i poeti di area cattolica al Centro Culturale Milano di via Zebedia in mirabili serate a base di poesia e di bevute di vini di prestigio.
Il crollo di Doninelli è una faglia che si apre dalla prima pagina de La mano e continua a spalancarsi per 157 agili e tormentose facciate: parole alte e parole basse si mischiano incoerentemente nel coerente e calcolatissimo delirio di Isabel (la tossica che dice: "il muro di un giardino, come ce n'è in Europa" e subito dopo: "io però non pensai affatto a un giardino"), le robuste inoculazioni di teologia (?) cattocristiana in un contesto improbabilissimo (ve li immaginate i Radiohead che discettano del Signore trangugiando acqua di Lourdes? Ve la immaginate Courtney Love che, dopo il suicidio di Cobain, va a farsi suora? Doninelli sarà a conoscenza di chi cavolo è Courtney Love?), l'incredibile e imbarazzante sussultare della rusticana borghesia milanese in pieno territorio pop americano (altra citazione: "Potevo fare a meno di raccontare della tisana, ma a un certo punto la tisana è saltata fuori da sola"; scommettiamo che Doninelli è uno che beve tisane? Scommettiamo che Axel Rose non le beve? Scommettiamo che nei centri di disintossicazione del Welfare sanitario Usa non ti insegnano a sbeccucciare tazze di tisana?): i disastri di Doninelli si accumulano, intrudendosi come strati geologici di un disastro planetario anteriore, millenario. Che è poi la fine della letteratura, perpetrata da tempo da questa gente, acclamata per consenso politico da altra gente che ha condotto la politica alla fine e cerca di legittimare tutto e tutti - basta che siano a loro incatenati da grovigli di promesse: "Io ti voto al premio Strega, tu sei lo scrittore d'area, la Chiesa non è morta ma esprime una sua cultura, una cultura che è anche moderna e contemporanea, che sa cos'è il mondo, per esempio c'è questo libro di Doninelli che è come Great Jones Street di De Lillo...". E il mondo sfuma, la pavidità roccobuttiglioneggia impunita, la narrativa agonizza in via Zebedia.
Fate un favore personale al recensore. Se vi viene in mente di comprare La mano di Doninelli, reprimete l'istinto ed entrate nel primo centro new age che pratichi yoga reiki o rebirthing: è più salutare.

Compralo su BOLL. Doninelli - La mano - Garzanti - 18.000

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  di G. Genna
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   data: 05 giu 2001 protezione contenuti: assente Aiuto  

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